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«Giusto fare luce, ma si rispetti il poeta»

Le reazioni alla riapertura delle indagini: il fotografo Dino Pedriali e Italo Moscati invocano meno morbosità dai media

di MARIO BRANDOLIN

Non c’è pace per Pasolini. La notizia che la procura di Roma ha riaperto le indagini sulla morte del poeta è rimbalzata, amplificandosi, su tutti i media. Una morte tragica, per la quale era stato condannato, come unico responsabile e in via definitiva Pino Pelosi. Ma sin da subito questo assassinio e per la sua ferocia e per il “peso” della vittima, aveva suscitato una ridda di interpretazioni e dato adito a infinite prese di posizione. C’è chi allora prefigurò un omicidio politico da parte di una destra che voleva far tacere una voce contro - acuta nelle analisi e precisa nella denuncia delle storture e delle degenerazioni del potere! –; e chi parlò di macchinazioni nate nell’ambito della malavita e della prostituzione maschile (erano state trafugate proprio in quei giorni alcune pizze dell’ultimo film di Pasolini, “Salò”). Altri ancora, come il pittore Giuseppe Zigaina, fraterno amico di Pasolini, arrischiarono spiegazioni piú ardite, vedendo nella fine del poeta corsaro la conclusione di un rito autosacrificale, martirologico, di cui Pasolini stesso era stato l’artefice e del quale aveva lasciato traccia, preannunciandolo e quasi descrivendolo, in modo criptico, in molti dei suoi lavori.

Ma furono soprattutto le prime due ipotesi a tenere banco. In particolare, la tesi del complotto politico, che molti, non a torto, lessero però come il modo di una certa sinistra per “santificare” Pasolini, rimuovendo e sublimando cosí quell’aspetto della sua vita, vale a dire la sua omosessualità, che in fondo la sinistra, una certa sinistra non gli aveva mai perdonato.

Macchinazioni e complotti ai quali, proprio per il loro carattere strumentale, non hanno mai creduto molti di quelli che furono vicini a Pasolini, a cominciare dal cugino Nico Naldini, il quale ha sempre parlato di incidente di vita, di tragica fatalità: «Pasolini – cosí scrive in “Breve vita di Pasolini” (Guanda 2009) –, è morto, come moltissimi altri omosessuali, per l’aggressione di un partner sessuale. Resta inspiegabile il movente che ha fatto scattare la furia omicida del ragazzo. Oppure non c’è nulla da spiegare». Anche se Naldini non ha mai escluso la presenza di altri sul luogo del delitto. Ora la prova del dna di una traccia di sangue trovata sugli abiti del poeta, diversa da quella di Pelosi, ha fatto riaprire le indagini, e potrebbe aiutare a stabilire una volta per tutte la verità.

Ma non sarà un compito facile. Il fotografo Dino Pedriali, al quale Pasolini stesso aveva chiesto dei ritratti poche settimane prima di morire, quasi a voler “consegnare” a un altro artista il suo corpo, è dell’avviso che se per quel dna non si troverà riscontro nella lista di persone allora già schedate, quindi conosciute, sarà molto difficile individuare i responsabili «e sarà un buco nell’acqua». «Ancora una volta - Pederiali non nasconde una certa amarezza – si sarà parlato di Pasolini solo per la sua morte, rinfocolando in modo strumentale e vergognoso quell’attenzione morbosa che spesso si accompagna a delitti del genere».

Dello stesso parere il critico e studioso Italo Moscati, autore, tra gli altri, del saggio su Pasolini “Passione Vita senza fine di un artista”, che ieri si è detto turbato e sconcertato per questo accanirsi su una vicenda di cui peraltro già si sapevano i contorni: come il fatto che, sicuramente, quella notte a Ostia Pelosi non fosse solo.

«Pasolini – osserva Moscati – continua a essere sbattuto in prima pagina solo per la sua morte, alimentando una curiosità scandalistica che rischia di far passare in secondo piano il valore dell’opera di uno degli intellettuali piú importanti del secolo scorso».

E non sarà un caso se a scegliere il silenzio, oggi come anche in altre occasioni (ricordiamo la richiesta di Veltroni nel 2010 di riaprire il caso su alcune dichiarazioni di Pelosi), c’è anche il Centro Studi di Casarsa, che in questi anni molto ha fatto per restituire soprattutto ai giovani il Pasolini scrittore, critico letterario e cinematografico, poeta, cineasta e drammaturgo. «Autore di un’opera complessa e sterminata, a stento contenuta nei dieci volumi dei Meridiani Mondadori – come evidenzia la direttrice del Centro, Angela Felice –, che non può certo essere intaccata dalle ombre della sua morte terribile e dall’uso deviante e pretestuoso che ne fanno spesso le cronache».

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Pubblicato su Il Messaggero Veneto