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Operai morti alla Acciaierie Venete, due manager a giudizio. I periti: «La causa? Un difetto di progettazione»

A quattro anni dalla tragedia accaduta il 13 maggio 2018 nelle Acciaierie Venete in Riviera Francia, pagata con la vita da due operai investiti da una colata di 90 tonnellate acciaio fuso a 1.300 gradi, si aggiungono due nuovi imputati nel processo che dovrà verificare se ci sono state responsabilità e negligenze.

Il gup padovano Elena Lazzarin ha rinviato a giudizio due manager dell’impresa Danieli Cranes spa, l’azienda del gruppo Danieli che aveva progettato e realizzato perno e carroponte destinati ad agganciare e sostenere la siviera, il maxi-contenitore dell’acciaio incandescente.

Il motivo? I due periti nominati dal giudice hanno individuato l’origine dell’incidente (la rottura del perno) in un difetto di progettazione. La prima udienza del processo è stata prevista per il 25 settembre 2023.

Due nuovi imputati

Sul banco degli imputati Nicola Santangelo, 51enne di San Lorenzo Isontino (Gorizia), già presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda Danieli Centro Cranes spa (difensore l’avvocato Maurizio Miculan) e Giancarlo Tonoli, 53enne di Salò (Brescia), all’epoca consigliere con delega all’esecuzione dei collaudi fino al 12 giugno 2015 della stessa azienda (difensori il penalista Emanuele Fragasso e l’avvocato Gianluigi Bezzi).

Il rinvio a giudizio non è stato scevro da polemiche. L’avvocato Fragasso aveva chiesto di sentire anche i consulenti di parte, esame negato dal giudice.

E così il legale, che aveva sollevato un’eccezione di nullità, ha chiesto il rinvio a giudizio del suo assistito reclamando lui stesso una verifica processuale.

Le accuse contestate sono omicidio colposo e lesioni colpose con la violazione di una serie di misure in materia di sicurezza sul lavoro.

In particolare Santangelo e Tonoli sono chiamati a rispondere di aver progettato, prodotto e collaudato il carroponte posto in esercizio nell’agosto 2015 con caratteristiche tali da non garantire la sicurezza e l’incolumità dei lavoratori che l’avrebbero poi utilizzato.

La perizia

In aula sono stati sentiti gli ingegneri Giovanni Belingardi e Giorgio Chiandussi, entrambi docenti nel Politecnico di Torino. Erano stati incaricati dal giudice di indicare le cause dell’infortunio.

Entrambi hanno attribuito la rottura del perno a un difetto di progettazione precisando che risulterebbe – a loro giudizio – irrilevante la sostituzione di alcune parti del macchinario (il carroponte) destinato a sostenere e spostare le siviere.

In particolare – è la conclusione – il perno avrebbe potuto rompersi in quanto strutturato solo per un carico lungo l’asse (in senso verticale). Tuttavia la rottura sarebbe stata determinata in quanto il perno risultava sottoposto pure a carichi (o sforzi) flessionali e non solo assiali, ovvero diversi da quelli risultanti dalla progettazione.

Esclusa qualunque forma di manomissione dell’impianto e delle sue componenti. La consulenza tecnica ordinata dal procuratore aggiunto Valeria Sanzari, titolare dell’inchiesta, era arrivata a conclusioni analoghe.

Un processo già davanti al giudice

Già a processo, infatti, i padovani Alessandro Banzato e Giorgio Zuccaro, rispettivamente presidente e direttore di Acciaierie Venete, i friulani Dario Fabbro, all’epoca dell’incidente presidente di Danieli Centro Cranes spa, Giampietro Benedetti e Giacomo Mareschi Danieli, in qualità di presidente e amministratore delegato di Danieli & C. Officine Meccaniche con sede a Buttrio in provincia di Udine con Vito Nicola Plasmati, amministratore delegato della Hayama Teac Service Srl (sempre friulana), quest’ultimo accusato solo di lesioni colpose (i due operai rimasti feriti, dipendenti di Hayama, operavano nelle Acciaierie in regime di appalto).

La prima udienza fissata per il 20 giugno scorso è slittata per un difetto di notifica: di fatto il processo inizierà il prossimo 17 gennaio. Tuttavia non è esclusa una riunificazione dei due processi che promettono tempi lunghi. Le accuse per i sei imputati sono quelle contestate a Santangelo e a Tonoli nell’ambito dei rispettivi ruoli.

In particolare Banzato e Zuccaro (all’epoca presidente del cda e direttore delle Acciaierie) sono chiamati a rispondere di aver omesso l’adozione delle misure per ridurre al minimo i rischi determinati dalla movimentazione delle siviere.

Le vittime

Martedì 12 luglio nessuna parte civile nell’udienza preliminare: uscite di scena grazie a un risarcimento le famiglie dei due lavoratori morti dopo terribili sofferenze dovute alle ustioni.

La mattina del 13 maggio 2018, intorno alle 7.50, gli operai Sergiu Todita, 39enne moldavo, e il 44enne romeno Marian Bratu stanno lavorando nell’area dove il carroponte trasporta le siviere.

Una di queste, contenente 90 tonnellate di acciaio fuso, è appena uscita dal forno. E “viaggia” agganciata al carroponte, tenuta in equilibrio con un bilanciere (accessorio impiegato per il sollevamento della siviera), verso la zona dello stabilimento in cui l'acciaio è versato negli stampi.

All’improvviso la rottura del perno che la regge: l’acciaio schizza ovunque. Sotto quel carroponte lavorano gli operai: Todita e Bratu sono investiti in pieno, altri due colleghi vengono feriti in modo più lieve.

Todita morirà il 5 giugno 2018 nel Centro grandi ustionati dell’ospedale di Cesena dopo 23 giorni di agonia; per Bratu il decesso arriverà il 26 dicembre 2018 nell’ospedale di Padova al termine di un calvario durato sette mesi. A piangerli mogli e figli piccoli.

Pubblicato su Il Messaggero Veneto