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Mandi Vendrame, che duelli lassù con George, Gigi e l’amico Gianni

Morto a 72 anni uno dei più grandi talenti di sempre, anticonformista come pochi. Amava Best e Meroni, apprezzava Mura

pordenone

Il “Poeta”, il “Kempes italiano”, come lo definiva Giampiero Boniperti, il “Pasolini del gol”, perché con il grande scrittore condivideva i luoghi dell'infanzia, Casarsa della Delizia, oltre a una grande passione, appunto, per la poesia. Genio e sregolatezza, l’antipersonaggio nel mondo dell’apparire, talentuoso in campo come forse nessun altro, ma anche totalmente allergico alle regole, al calcio miliardario, alle convenzioni del vivere moderno. Persino ai rapporti con i propri cari.

Tutto questo era il fuoriclasse Ezio Vendrame, uno dei più forti calciatori di tutti i tempi e sicuramente quello che, per propria e assoluta volontà, dal mondo del pallone ha avuto infinitamente meno di tutti rispetto a quanto meritasse. Se n’è andato ieri mattina presto, nella sua casa di San Vendemiano, in provincia di Treviso, dove da qualche anno viveva con la moglie Fatima, sposata pochi anni fa. Ne aveva 72 e da diversi mesi combatteva con un tumore al pancreas che non gli ha lasciato scampo.

Ha scelto di morire nella sua “tana” e forse non è un caso che l’abbia fatto proprio in questo dannato periodo di chiusura totale: di certo non avrebbe voluto cerimonie “pompose” e chiese affollate. Così se ne andrà nella solitudine che ha sempre cercato. Sicuramente non è un caso neppure che se ne sia andato appena due settimane dopo Gianni Mura, uno dei pochissimi giornalisti che stimava per il suo scrivere schietto, libero, e a volte anche un po’ rude. Una delle rare persone che apprezzava nel mondo del pallone, come i suoi giocatori-idoli, George Best e Gigi Meroni, pure loro assoluti geni in campo, ma tutt’altro che ligi alle regole.

Chissà se ora, lassù, reindosserà le scarpette chiodate che nella sua esistenza terrena aveva imparato a detestare per quello che, qui, rappresentava quel mondo. Chissà se con Gigi e George scambierà quei palleggi d’arte che pochi fortunati hanno avuto il piacere di ammirare quando decideva di sfoderare la sua classe immensa, sopraffina, inarrivabile, ma che per lui rappresentava una sorta di prigione. Era difficilissimo incontrarlo, soprattutto per parlare di calcio. Ci riuscì proprio Mura nel 1995, quando Vendrame lo aspettò al cimitero di Casarsa, davanti alla tomba di Pasolini: «La gente di qui si è dimenticata di lui – disse -, come può ricordarsi di me?».

Aveva giocato nel Pordenone calcio nel 1978-‘79, vincendo la serie D, e allenandone successivamente le giovanili. Lo stesso aveva fatto tra i dilettanti nella sua Casarsa, cercando invano un po’ di “aria pura” nel pallone guidando i ragazzini sempre del Casarsa e della vicina Sanvitese. Il presidente dei neroverdi Mauro Lovisa l’ha sempre considerato un idolo, tanto da volerlo invitare, l’anno scorso, alla festa per la promozione in serie B.

Vendrame aveva pure aperto a Casarsa un negozio di articoli sportivi. Ma non trovò mai pace e si autoescluse da tutto, pur avendo un figlio (dalla prima moglie, conosciuta quando giocava a Ferrara), il fratello Enzo e il papà Beppino, noto ex parrucchiere della zona, che oggi ha 93 anni.

Nato in una famiglia povera, tanto da finire in orfanotrofio a 6 anni pur avendo i genitori, Vendrame cominciò col calcio nelle giovanili dell’Udinese: nel 1967 passò alla Spal, in serie A, per poi tornare nelle categorie inferiori: Torres, Siena, Rovereto, prima di esordire nella massima serie col Lanerossi Vicenza. Quindi il passaggio al Napoli, fortemente voluto dall’allenatore Luis Vinicio, cui rispose “Se mi mandi in tribuna godo” quando lo escluse dall’undici titolare per motivi disciplinari. Frase mitica, che diede il titolo alla sua autobiografia. In ogni città lasciava decine di cuori infranti: amava le donne e le donne amavano lui e il suo look da “bello e dannato”.

Dopo aver smesso di giocare, aveva abitato anche a Udine, in via Quarto, a due passi da quello stadio Moretti in cui mosse i primi passi col pallone. Per tre anni lo si era visto girare tra viali, piazze, parchi e osterie (Al Fagiano la sua preferita), lasciando come traccia scritta del viaggio in città un bellissimo diario. E per l’amicizia con Pasquale Marino tifava Udinese. La sua libertà la cercava scrivendo poesie e libri, una dozzina tra saggi su un mondo in cui non riusciva a ritrovarsi.

«Esistono mulattiere segrete nei campi di calcio che ho visto percorrere palla al piede soltanto a Okocha, Denilson ed Ezio Vendrame»: così l’ha ricordato ieri su facebook il grande giornalista sportivo triestino Paolo Condò. Del “Poeta” per decenni si è sentita la mancanza. E ora si sente un bel po’ di più. —

Pubblicato su Il Messaggero Veneto