L’ADDIO DEL CAPITANO

PORDENONE. L’orpello dell’ufficialità è arrivato: Emil Zubin lascia il Pordenone. Ha scelto di comune accordo di rescindere, ha scelto di firmare col Padova. Una storia d’amore si è chiusa: è ormai...

PORDENONE. L’orpello dell’ufficialità è arrivato: Emil Zubin lascia il Pordenone. Ha scelto di comune accordo di rescindere, ha scelto di firmare col Padova. Una storia d’amore si è chiusa: è ormai buio al De Marchi quando lui, l’ex capitano, uno dei più grandi bomber neroverdi di sempre, stringe le ultime mani e dispensa saluti e abbracci. E’ triste, dispiaciuto: «Qui ho passato l’anno più bello della mia carriera», dice, riferendosi alla stagione scorsa. Le parti si sono lasciate per opportunità. Perché il giocatore non serviva più al club e viceversa: allora si è posta una linea, dicendosi “arrivederci” e non “addio”, spiegando le ragioni di questa scelta. «Mi sono reso conto che la categoria è impegnativa – spiega l’attaccante –, la società si è accorta di questo: a 37 anni la D è la serie che mi compete, e quindi ci siamo lasciati. Se passo per il comandante che abbandona la nave che affonda, non mi importa».

Zubin, partiamo dalla fine: dalla risoluzione del contratto.

«E’ la decisione più giusta per tutti. Io e il presidente (Lovisa, ndr) ci siamo parlati, abbiamo capito che per il bene del Pordenone è meglio separarsi. Non è una decisione presa a cuor leggero, perché questa, per me, è stata ed è una seconda casa».

Già la scorsa estate poteva lasciare il neroverde, invece è rimasto e ha scelto di andarsene via ora: pentito?

«No, rifarei tutto. Già dopo la fine del campionato avevo offerte dalla serie D, ma ho preferito rimanere qui. E’ il momento giusto per lasciare: non volevo essere un peso e, inoltre, senza di me il Pordenone può trovare un altro attaccante in grado di dare una mano alla squadra».

Per questo non vuole passare come il capitano che abbandona la nave?

«Sì. Io ho comunque dato tutto per questa maglia. Se ho fatto questa scelta è anche per il bene del club. Se avrei potuto fare qualcosa di più? Forse in spogliatoio: sono un leader silenzioso, alle parole preferisco i fatti e magari non mi sono espresso nella maniera giusta».

Ha scelto Padova: perché?

«Non certo per i soldi, l’Altovicentino aveva offerto di più. Ho detto “sì” ai Biancoscudati per tutto il resto: la piazza, mister Parlato, i miei ex compagni di battaglie in neroverde. Torno nella “mia” categoria».

Ecco, lei è stato il protagonista delle ultime due stagioni in Interregionale del Pordenone. Che ricordi porta con sé di questa esperienza?

«Tanti e bellissimi. La scorsa annata è stata la più bella della mia carriera: ho vinto campionato, scudetto, classifica marcatori. Ho fatto parte di un grande gruppo e di una grande società. Ringrazio tutti, dal presidente, ai dirigenti, ai tifosi, alla città. Porterò tutti nel mio cuore e rimarrò tifoso del Pordenone».

Lascia una squadra ultima in classifica in Lega Pro: cosa consiglia al suo ex club? Come può intervenire?

«Serve fare gruppo, stare uniti, lavorare tanto sul campo. In questo senso l’arrivo di Rossitto è importante, col suo entusiasmo può dare la scossa giusta sotto tutti i punti di vista. Servono poi giocatori, anche in attacco, ma a questo penserà la dirigenza».

Sia sincero: il Pordenone si può salvare?

«C’è un intero girone di ritorno, gli scontri diretti: si può fare. L’importante è rimanere incollati al penultimo posto. Io, di certo, tifo per i ramarri».

Alberto Bertolotto

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicato su Il Messaggero Veneto