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Gelosia che acceca: l’ira del farmacista sul conte di Porcia

In Aula, la luce filtra da una finestra rettangolare protetta da un’inferriata. Il fascio bianco è un cono che, lasciando tutto il resto in ombra, manco fosse l’effetto di una cupa scenografia...

In Aula, la luce filtra da una finestra rettangolare protetta da un’inferriata. Il fascio bianco è un cono che, lasciando tutto il resto in ombra, manco fosse l’effetto di una cupa scenografia avvolge soltanto il banco degli imputati, ponendo sotto al riflettore Carlo Granelli, farmacista di Azzano X.

Il momento è fatale: l’uomo tiene la testa fra le mani fissando il pavimento, mentre il presidente della Corte, cav. Albricci, noto per il carattere forte ed energico, pronuncia la sentenza capitale con voce tremante e commossa. Del resto non c’era niente da fare, l’imputato si è confessato colpevole e la Legge doveva fare il suo corso.

Quando il verdetto raggiunge la folla assiepata dietro le porte, tenute rigorosamente chiuse per decreto del giudice, il mormorio di un sommesso dissenso arriva nella stanza come eco di un requiem.

Ma come ci è arrivato alla forca, il povero Granelli, uomo mite, dimesso e noto a tutti per la sua onestà?

Il 27 maggio del 1869, ad Azzano si è consumata una tragedia. Un delitto passionale che ha macchiato di sangue blu le mani del povero farmacista che, da mesi, viveva nella più profonda prostrazione. Sua moglie, infatti, amoreggiava impunemente e sotto gli occhi di tutti con il conte Paolo di Porcia, giovane belloccio e irriverente, ultimo erede di quella che fu una delle famiglie più potenti del Friuli e che occupava il primo posto tra i feudatari del Parlamento della Patria del Friuli.

La sera del misfatto, poco prima della chiusura, il nobile Paolo si era recato in farmacia. Un silenzio imbarazzato era sceso. Vedendolo, al Granelli è mancato il pavimento da sotto ai piedi e il suo cuore è partito all’impazzata carburato da rabbia e gelosia. Ma da brav’uomo qual è, il farmacista si è imposto la calma con sforzo titanico, dimostrando ai clienti che la nobiltà d’animo non sempre è trascritta sull’Albo d’oro.

Dal canto suo, invece, il conte ha iniziato a dar sfoggio di tutta la sua insolenza, della grossolana malizia, della volgare boria e del vizio sadico che spesso catturano certi rampolli tediati da un rango che pur è grazia ricevuta. Ha iniziato così, davanti agli ultimi pazienti rimasti, a chieder consigli al farmacista sugli afrodisiaci più efficaci, confessando d’essere “schiavo” di un’amante insaziabile e oltremodo esigente. Una donna, ha sottolineato il conte con una strizzata d’occhio, da anni insoddisfatta delle prestazioni di un marito evidentemente poco virile.

Tanto è bastato: le provocazioni del conte hanno avuto l’effetto di una miccia accesa sotto a una polveriera. Il Granelli non si è fermato a riflettere un solo secondo e, come obbedendo a un riflesso condizionato, ha preso un coltello da sotto al banco infilzandolo con tutte le forze nel cuore del rivale. Con le pupille fuori dalle orbite, il Porcia si è accasciato, cadavere, ai piedi del suo assassino. Ai testimoni presenti l’espressione del morto non sembrava di terrore, piuttosto di stupore per aver visto un topo ruggire come un leone.

Resosi immediatamente conto della tragedia, il farmacista è corso dai Reali Carabinieri costituendosi, con le mani ancora insanguinate.

Alla Corte d’Assise l’accusato era difeso dall’avvocato Onesti di Vicenza, mentre le ragioni della famiglia Porcia erano affidate all’avvocato Giuriati. Il dibattimento si è tenuto, come detto, a porte chiuse, cosa che all’opinione pubblica, schierata dalla parte dell’imputato, non è piaciuta affatto. Prima della sentenza, le arringhe dei difensori pare siano state mirabili, uno scontro dialettico d’alto profilo con il procuratore di Stato del Re, Casagrande.

«Oggi è stata pronunciata una sentenza di morte! – scrive ora, veloce, il cronista sul suo taccuino - Ci gode l’animo però di constatare che se per Legge qui vigente, doveva essere proferita, i fatti che la originarono non sono improntati a quella ferocia e a quella perversità che ne farebbe desiderare l’esecuzione. Anzi, ci offre l’opportunità di esprimere il fermo convincimento che dopo una lotta secolare, è giunto alla fine il momento di cancellare per sempre dai Codici la pena capitale».

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Pubblicato su Il Messaggero Veneto