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Addio a Ermes Zaina, il partigiano “Rizzo”

Aveva 96 anni ed era uno degli ultimi testimoni della Brigata Osoppo. Combattè in prima linea nella Bassa friulana

SAN GIORGIO DI NOGARO

Addio all’ultimo partigiano sangiorgino. “Rizzo” Ermes Zaina, che aveva 96 anni, è morto mercoledì scorso nella sua casa di San Giorgio di Nogaro: era uno degli ultimi testimoni della Brigata Osoppo. Vedovo da tempo, lascia i figli Ester e Dino e la nipote Giulia.

“Rizzo” Ermes Zaina, era nato a Porpetto nel 1925 e apparteneva alla famiglia “Cichin”, soprannome che era stato dato alla famiglia per distinguerla dalle molte altre con lo stesso cognome presenti nel comune. Lui però si definiva si definiva sangiorgino da sempre.

Sottolineava con orgoglio che la sua convinzione antifascista derivava dagli insegnamenti e dalle parole di suo padre, antifascista che non aveva mai preso la tessera del fascio. Così a 19 anni aveva deciso di aderire alla formazione partigiana dell’Osoppo col nome di battaglia “Rizzo”. Divenne caposquadra del battaglione “San Giorgio” agli ordini di Italo Zaina (“Nullo”), sangiorgino pure lui, poi comandò il Battaglione “Villa”. Tutta la sua attività di combattente lo vide operativo nella Bassa friulana.

Persona riservata, amava però ricordare quegli anni a chi lo andava a trovare nella sua casa di San Giorgio di Nogaro, come l’amico ricercatore, Giorgio Cojaniz, al quale raccontava come «già all’inizio di aprile del 1945, si capiva che ormai fascisti e tedeschi si preparavano a una fuga precipitosa, ma continuavano a occupare ancora tutto il Friuli. Finalmente, nei primi giorni di maggio tutto era finito e, anche a San Giorgio, si poteva festeggiare l’avvenuta liberazione. Per le strade si cominciavano a vedere molti automezzi delle truppe alleate e ai lati delle strade la popolazione finalmente festante».

Sul suo arruolamento nelle forze partigiane ricordava le motivazioni che lo avevano spinto a quella scelta affermando di non essersene mai pentito, nonostante i pericoli corsi.

«Nel dopoguerra lentamente, e inesorabilmente – rimarcava –, la memoria storica è completamente svanita, cominciando dall’errore di non insegnare cosa siano state le guerre e le tragedie volute dal fascismo e cosa abbia rappresentato la Resistenza di cui si vogliono ingigantire episodi marginali che per nulla intaccano la vastità e complessità del movimento. Resistenza che traeva le sue basi da valori veri, da ideali molto forti che tendevano con forza alla vittoria sul nazi-fascismo mirando alla creazione di un mondo più libero e giusto in un pacifico clima di convivenza, finalmente “democratico”».

«Finita la guerra – continuava nel racconto “Rizzo” – ognuno era rientrato nei propri ranghi per riprendere la normale attività di lavoro (lui in banca prima e consulente economico poi) e ricordo che per taluni che avevano aderito al Partito comunista la vita non fu facile, nonostante avessero creduto di aver acquisito pienamente il diritto alla libertà per tutti. Nei nostri cimiteri si dovrebbero ricordare con gratitudine i protagonisti di quella lotta che ci ha donato quel bene irrinunciabile che è la libertà». —

Pubblicato su Il Messaggero Veneto