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Ucciso da un’erba velenosa: ha chiamato il suo medico solo all’indomani del pranzo letale

TRAVESIO. La colchicina, contenuta nel colchico d’autunno o falso zafferano, è un veleno letale, per il quale non esiste antidoto. Ne bastano 5 grammi.

L’unico modo per evitare la morte è sottoporsi a una lavanda gastrica entro poche ore dall’ingestione.

I carabinieri della stazione di Meduno hanno appurato che Valerio Pinzana, 62 anni, di Travesio, ha mangiato con la compagna Marina la pasta condita con il sugo di erbe spontanee, fra le quali c’era anche il colchico, lunedì 29 marzo a pranzo.

La donna ha solo assaggiato il piatto, era amaro, Valerio, invece, lo ha finito. La coppia ha avvertito un senso di malessere, ma ha pensato agli strascichi del Covid-19.

Solo l’indomani in tarda mattinata, martedì 30 marzo, è stato avvisato il medico curante Roberto Pradolin. Hanno spiegato di aver mangiato la pasta con pesto di aglio orsino. La donna stava già meglio, Valerio no.

Era già troppo tardi, vista la letalità del veleno? Lo stabilirà lunedì 12 aprile l’autopsia, disposta dal pm Carmelo Barbaro, che sonda le ipotesi di omicidio colposo o responsabilità da colpa medica.

Pradolin ha ricevuto l’avviso di garanzia, un mero atto dovuto per consentirgli di nominare un proprio consulente: ha scelto il medico legale Lucio Bomben.

Il consulente del pm Giovanni Del Ben, dovrà stabilire se, sulla base dei sintomi dichiarati, avrebbero dovuto essere disposti accertamenti clinici con tempistiche diverse.

Dalle indagini difensive è emerso che la coppia non aveva idea che si trattasse del colchico: nessun accenno all’erba nella telefonata al medico, che ha prescritto dei farmaci per le intossicazioni.

Si sono risentiti l’indomani e di nuovo giovedì. In serata Pinzana era atteso dal medico, ma è peggiorato ed è stato portato in ospedale, dove è deceduto il 5 aprile.

Il centro di Pavia ha decretato: avvelenamento acuto da colchicina. In Italia si contano appena 8-10 casi l’anno.

«Purtroppo è stata una grande tragedia – ha detto l’avvocato Fabio Gasparini, che difende Pradolin, professionista molto stimato –. Umanamente il dottore è molto provato dal dispiacere per la scomparsa del paziente.

Dal punto di vista giuridico riteniamo che abbia operato con la consueta professionalità e disponibilità, si è messo al servizio dei pazienti e ha mantenuto con loro un costante contatto telefonico.

Ha operato nel miglior modo possibile con i pochi dati in suo possesso.

Nemmeno i pazienti sapevano di aver ingerito il colchico. Siamo fiduciosi che già nel corso dell’autopsia possa emergere la sua totale estraneità a qualsiasi profilo di responsabilità».

Pubblicato su Il Messaggero Veneto