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Delitto Candusso, morto in cella l’assassino

Ahmed Mohamed Yassin aveva ucciso con l’accetta la sua compagna Giulia nel 2011. Era stato condannato a 30 anni 



Era stato condannato a 30 anni di carcere per aver ucciso a colpi d’accetta la compagna a Udine, ieri mattina l’hanno trovato senza vita nella sua cella del carcere Due Palazzi di Padova. Ahmed Mohamed Yassin, 61 anni, egiziano, alle 7 del mattino giaceva esanime. «Aveva problemi psichici, uno così in carcere non ci doveva stare» denuncia Giampietro Pegoraro, responsabile della Cgil Polizia penitenziaria.

L’uomo è stato trovato di primo mattino, quando gli agenti della polizia penitenziaria hanno iniziato a fare il giro del piano. È successo nella casa di reclusione, dove scontano le pene i detenuti che hanno già avuto una condanna definitiva. Ahmed Mohamed Yassin era dentro da luglio del 2011. Sul posto sono stati chiamati i soccorsi. Medici e infermieri del Suem 118 hanno praticato le manovre di rianimazione ma non c’è stato niente da fare. Per farla finita ha usato il lembo di un lenzuolo. A ottobre del 2012 l’egiziano era stato condannato a 30 anni per omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione. Insomma, per il giudice era tutto fuorché pazzo e per questo gli era stata comminata l’aggravante della premeditazione e della crudeltà. Ahmed Mohamed Yassin è l’uomo che uccise Giulia Candusso, 45enne di Gemona, massacrata a colpi di accetta sferrati al capo nel bosco di Osoppo, il 7 luglio del 2011. Yassin era stato ritenuto capace di intendere e di volere, mentre il suo legale, l’avvocato Andrea Castiglione, aveva puntato la difesa sul vizio di mente. Yassin e Giulia Candusso avevano sancito la loro unione come coppia davanti ad Allah. Lui le aveva lasciato in dote un anello d’oro. In calce alla dichiarazione di matrimonio rilasciata dal centro culturale islamico si erano promessi «la fedeltà per tutta la vita». A un certo punto lei si è però rifiutata di ripetere quel “sì” anche in municipio, per ufficializzare il matrimonio anche dal punto di vista legale. Così l’amore si è trasformato in odio, rabbia e infine anche in furia cieca. Il dramma si era consumato nel bosco della Uache, un’oasi di verde a circa un chilometro dal centro di Osoppo, quando l’uomo aveva colpito la sua “promessa sposa” con una mannaia. Poco più tardi i carabinieri lo avevano rintracciato nella sua abitazione, in pantaloni corti e accappatoio. In casa era stata trovata anche l’arma del delitto, mentre sulla sua 600 c’erano segni di sangue. Inizialmente aveva cercato di negare ma poi era stato incastrato dall’esame del dna.

Il responsabile del la Cgil polizia penitenziaria pone l’accento su un problema che riguarda la “gestione” di determinati detenuti. Ahmed Mohamed Yassin in passato aveva trascorso lunghi periodi in un centro di igiene mentale. Anche se il giudice ha ritenuto di non riconoscere l’infermità mentale, comunque c’erano segni di squilibrio. «Il personale l’ha detto chiaro e tondo – protesta Pegoraro –. E questo è un problema, sia per noi che per i detenuti». —



Pubblicato su Il Messaggero Veneto