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Due ragazzetti il fuoco della gelosia e un coltello al cuore

«I dolci idilli dei campi sono un soave ricordo. La realtà pur ivi è ormai sfrondata dalle rose e dai pàmpini giocondi, odî e vendette, crimini e delitti pullulano e fruttificano anche fra i campi,...

«I dolci idilli dei campi sono un soave ricordo. La realtà pur ivi è ormai sfrondata dalle rose e dai pàmpini giocondi, odî e vendette, crimini e delitti pullulano e fruttificano anche fra i campi, come su terra maledetta».

L’articolo di cronaca nera, apparso sulla stampa friulana il 31 dicembre del 1888, iniziò poeticamente, per narrare una tragedia capace di ispirare drammaturghi e vati: un dramma della gelosia, cominciato come farsa e finito in una sciagura senza stile.

Protagonisti, sul palcoscenico della vita, furono due ragazzi, non più bambini, ma ancora implumi. Sì, perché quel pazzo sentimento che affligge il cuore, è malattia innata, un furore senza rimedio che sfinisce l’anima fin dalla più tenera età.

A Torreano di Cividale, la sera del 30 dicembre 1888, sulla pubblica via il quindicenne Egidio Cudicio e il quattordicenne Raimondo Sandrini, due contadinelli del luogo, diedero spettacolo innescando una lite che, via via, andava accendendosi di una furia senza scampo. È così che accade quando l’odio ti possiede. E non c’è ragione, empatia o ingegno che tengano. Ciechi ci si lascia trasportare, tentati dal piacere di un dolce nettare che altro non è che fiele mascherato; ed è un attimo affinché l’inganno del demone consegni la sua vittoria. E così, sotto lo sguardo di atterriti spettatori, gli amici Gioacchino Scampa di tredici anni e Giacomo Fortunato di sedici, il Sandrini, cavato di tasca un coltello a serramanico con la lama lunga 10 centimetri, vibrò un colpo a tutta forza dritto nel cuore del Cudicio, che cadde al suolo, cadavere.

Dopo un momento di sconcerto, cedendo anche alle lusinghe dell’orgoglio al giovane assassino non restò che coronare la sua malvagità e, rivolgendosi al corpo inerme del rivale, sentenziò: «Tu le âs ulùde! Impare a vignî a sfidami».

Ma rivale in cosa? In amore, perché nonostante la giovanissima età, il movente della zuffa furono le attenzioni civettuole elargite ora all’uno, ora all’altro, dalla quattordicenne Rosa Pascoli.

Dopo il fattaccio, lo Scampa e il Fortunato se la diedero gambe, e lo stesso fece il Sandrini, prendendo la via dei campi. Ma questa volta non fuggiva reo di un furtarello dal fornaio, il male era ben più grave e subito gli artigli rapaci del tormento lo lacerarono. Dopo una notte d’inferno trascorsa nascosto in un fienile, il piccolo assassino decise di andare dal padre che, tosto, lo accompagnò dai Carabinieri. E a nulla valsero le bugie confuse improvvisate a sua discolpa, perché le confessioni dei compagni e il risultato dell’autopsia lo inchiodarono al suo Calvario.

La sezione cadaverica eseguita dai dottori Mander e D’Agostini, riscontrò sul corpo del Cudicio una sola ferita prodotta con arma da punta e da taglio, penetrata fra il sesto e il settimo spazio intercostale, fino a trapassare la parete del ventricolo destro del cuore. Letta così, ridotta in fredda terminologia da tavolo settorio, la morte di un ragazzo sembrava pure meno grave, una pratica d’ufficio da sbrigare in fretta.

E, in fretta, il Sandrini fu mandato al banco degli imputati, per omicidio volontario.

Nell’aula delle Assise di Udine, la luce fiacca del primo pomeriggio filtrava attraverso le alte finestre sbarrate, ombreggiando di scacchi il pavimento. Con addosso il vestito della Cresima, Raimondo Sandrini piangeva a dirotto, riuscendo perfino a intenerire il cuore spezzato di Antonia Speconia, madre dell’assassinato. In fondo, anche Raimondo poteva essere figlio suo, e quella era la triste storia di due monelli poco più che bambini che, maldestramente, compirono i primi passi nel mondo degli uomini, imboccando la strada più perigliosa e buia.

La giuria considerò l’età dell’imputato formulando un verdetto clemente: 15 anni di custodia.

In aula scese il silenzio posandosi come un sudario sul futuro di due esistenze. E tutto questo per la Rosa Pascolini «la quale, – scrissero i cronisti – dobbiamo confessarlo, è passabilmente brutta, né certo meritava che per lei venisse sacrificata una vita. Questione di gusti!».

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Pubblicato su Il Messaggero Veneto