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Quell’onda che spazzò duemila vite

Il crollo 54 anni fa, il 9 ottobre 1963 Distrutti dall’acqua interi paesi

«Il Vajont non può essere definito uno scandalo perché tecnicamente si trattò di una serie di scandali, piccoli e grandi, protrattisi anche dopo il disastro». Con queste parole Guglielmo Cornaviera, storico presidente del comitato dei superstiti mancato nel 2007, era solito sintetizzare una delle pagine più oscure della storia italiana. Una vicenda che non ha ancora certezze sulle responsabilità, solo un lungo memoriale di vittime.

Una ferita che fa fatica a rimarginarsi, soprattutto quando una giovane tatuatrice prende in giro l'immane tragedia con una vignetta e non chiede nemmeno scusa. Per ricostruire cosa successe quel 9 ottobre del 1963, quando un'onda anomala dalla potenza due volte superiore alla bomba di Hiroshima e Nagasaki provocò la morte di 1917 persone, occorre fare un passo indietro nella Roma del 1943.

Un falso in atto pubblico

Già dalle origini la vicenda del Vajont nasce con un primo falso in atto pubblico. È il 1943 e a Roma, nel mezzo del caos dell’8 settembre, il Ministero dei lavori pubblici approva una relazione per lo sfruttamento del torrente. Se ne parla fin dal 1900 ma questo è il primo vero atto autorizzativo. Di fatto viene dichiarata la pubblica utilità dell’intervento in modo da superare qualsiasi successivo ricorso o opposizione.

Nessuno si accorge che il documento è nullo per mancanza del numero legale (su 36 funzionari della commissione, ne sono presenti 13). Passa la guerra e sembra che tutti si siano dimenticati di quel piano industriale convalidato in piena emergenza nazionale. Così però non è. L’11 maggio 1949, dopo vari incrementi dei volumi di acqua da contenere nel nascente lago, nei Comuni di Erto e Casso, Longarone e l’allora Castellavazzo viene depositato un progetto ufficiale. Scattano le rimostranze dei sindaci e dei residenti perché nei documenti si parla di espropri, spostamenti di abitazioni e persino dell’allagamento forzoso di varie borgate. Ma la Sade, la società adriatica per l’energia di proprietà dell’ex ministro fascista Giuseppe Volpi di Misurata, è talmente forte che può addirittura avviare gli scavi prima di aver ricevuto un qualche nulla osta. Il Genio civile di Belluno è quindi costretto a sanare la situazione con provvedimenti posticci.

La posa della prima pietra

Il primo concio in calcestruzzo viene gettato il 22 aprile del 1958. Bisognerà attendere però il 22 marzo dell’anno dopo per una nuova serie di proteste ufficiali: in quell’occasione il vicino lago di Pontisei registra uno smottamento e la morte di un dipendente della società di gestione. Il 2 dicembre dello stesso anno crolla letteralmente lo sbarramento del Frejus e la gente di Erto e Casso decide di costituirsi in comitato davanti ad un notaio. Negli archivi resteranno centinaia di lettere e dispacci al Governo, Prefettura e magistratura, tutti caduti nel vuoto. Anzi. A Erto viene addirittura istituita una caserma dei carabinieri per tenere sotto controllo i residenti, ritenuti sediziosi.

A dar loro manforte c’è pure una giornalista bellunese de L’Unità, Tina Merlin, che avvia una serrata campagna di informazione sui rischi dell’impianto . Risultato: la Sade denuncia la reporter per il reato di diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico. Il Tribunale di Milano si vede però costretto ad assolvere la Merlin alla fine del novembre del 1960: quello stesso mese una frana di 800 mila metri cubi era infatti scivolata dal Toc e aveva provocato un vortice enorme, con conseguenze ben visibili sulle sponde. Anche il geologo salisburghese Leopold Muller avvisa la committenza di un rischio ormai innegabile ma l’azienda risponde realizzando un bypass che tutt’oggi scarica l’acqua del lago nel Piave, superando il futuro corpo frana (fu questo l’elemento che condusse alla contestazione agli imputati della prevedibilità dell’evento). Bisognava vendere l’impianto all’Enel che in quei giorni stava prendendo forma dopo la nazionalizzazione del settore.

9 ottobre 1963, 1.910 vittime

In meno di due minuti si consuma l’irreparabile. Nei primi venti secondi 300 milioni di metri cubi crollano nel sottostante bacino. Nei restanti 80 secondi tre onde di fango e detriti si sollevano dall'invaso e si scaraventano attorno con una potenza pari a quella delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki unite insieme. Alla fine le vittime furono 1.917, le salme recuperate meno di 1.500 di cui meno della metà riconoscibili. 500 erano bambini.

Il processo: solo due condanne

Il 25 marzo del 1971, a 14 giorni dalla prescrizione che avrebbe lasciato intonse tutte le fedine penali degli indagati, arriva l’ultima sentenza del Vajont. La Cassazione condanna in via definitiva solo due degli originari 11 imputati.

L’ingegner Alberico Biadene è l’unico a finire fisicamente in manette: rimane in carcere a Venezia qualche mese perché 3 dei 5 anni di reclusione risultano condonati dall’amnistia. All’uscita del penitenziario, il progettista saluta i cronisti a bordo di un motoscafo dell’Enel e si reca in vacanza a Cortina. Il suo collega Francesco Sensidoni si vede invece addebita una condanna a 3 anni e 8 mesi, interamente non scontata.

Assolti o morti durante il processo tutti gli altri chiamati in causa. L’unico suicida risulta l’ingegner Mario Pancini che si tolse la vita qualche ora prima di partire per L’Aquila, sede del processo di primo grado. Il fascicolo è stato spostato da Belluno al tribunale abruzzese per timori di sedizioni popolari da parte delle genti del Vajont. La sentenza parla di “frana e omicidio colposo aggravato dalla prevedibilità dell’evento”, non accogliendo la tesi dell’accusa sulla dolosità delle condotte. Da qualche anno, dopo essersi miracolosamente salvate dal terremoto de L’Aquila del 2009, le carte processuali del Vajont sono conservate all’archivio di Stato di Belluno. A breve l’Unesco dovrebbe dichiarare la documentazione “patrimonio dell’Umanità”. È infatti in corso la procedura di valutazione del materiale, interamente digitalizzato.

Una tragedia “senza memoria”

Le nuove generazioni conoscono poco e male quello che è successo 54 anni fa. La dimostrazione è l’ultimo caso di cronaca: una tatuatrice di Parma ha pubblicato su Facebook un disegno dove si vedono degli escrementi e la scritta Vajont. L’autrice, Gaia Laracchia, non ha voluto affatto scusarsi. Un altro colpo mortale alla memoria delle vittime.

Pubblicato su Il Messaggero Veneto