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Cronache dalle macerie, i racconti di Amatrice

Stefano Zanut rivela cosa prova chi mette a rischio la propria vita per salvare quelle altrui. Domenica la presentazione

Le loro non sono storie raccolte all’indomani di un terremoto, quelle che riempiono le prime pagine dei giornali che parlano di morti, feriti e salvataggi eroici di un mondo che solo poche ore prima era fatto di case, vie e piazze riempite dalla vita delle persone e ora è il fantasma di sé stesso. Le loro sono narrazioni che iniziano a riflettori spenti, quando i media lasciano i luoghi devastati dalla catastrofe, dove il boato del cataclisma ha ceduto posto a un vuoto opprimente, al silenzio disperante dei superstiti a cui non è rimasto più nulla, tanto meno un luogo dove poter piangere la propria tragedia. Sono le “Cronache dalle macerie” di Amatrice, i racconti dei soccorritori in un mondo sottosopra, i salvatori per eccellenza, i vigili del fuoco del comando provinciale di Pordenone per l’esattezza, raccolti dall’architetto Stefano Zanut, che del comando è direttore vice dirigente. Il libro, fresco di stampa per Ediciclo editore, verrà presentato domenica 17 settembre alle 12 a Pordenonelegge in piazzetta Ottoboni, da Stefano Zanut e Giuseppe Romano moderati da Margherita Gobbi.

Ha una voce pacata Zanut, regolata da trent’anni di esperienza, «dove ne ho viste di tutti i colori» dice, che si incrina a tradimento però quando parla di episodi che lo hanno toccato di persona.

Perché ha deciso di raccontare e far raccontare il lavoro dei vigili del fuoco di Pordenone nel dopo terremoto di Amatrice del 2016?

«Perché il lavoro di soccorso nella prima emergenza è noto e comunque è una brevissima fase rispetto a quello che viene dopo, che dura mesi, dove emerge un mondo di cui nessuno parla mai. È il backstage dell’emergenza, dove il vigile nel puntellare le abitazioni, mettere in sicurezza gli impianti pericolosi o sgomberare le macerie per ripristinare la viabilità, si mette in relazione con l’ambiente, le cose, le persone e le loro emozioni con i bisogni che non sempre collimano con la scala di importanza di una situazione critica. Viviamo con i terremotati 24 ore, ci dormiamo quasi assieme, nasce una simbiosi dove noi siamo la mano che aiuta a ricostruire la loro normalità».

Quali sono i bisogni primari dei sopravvissuti al terremoto?

«Sono determinati di volta in volta dalle situazioni. In un piccolo paesino completamente distrutto, stavamo rimuovendo le pesanti campane tra le macerie di un campanile. Un anziano si avvicina e ci dice: “Sono vecchio, non le vedrò più al loro posto, non le sentirò più. Me le fate suonare per l’ultima volta? ” E lì è stata la magia della squadra: abbiamo costruito un’impalcatura, con un sistema di carrucole abbiamo sollevato le campane e lasciato che il signore le suonasse. Il suono ha riempito la valle e anche i nostri cuori. Era una cosa importante, vitale, fare questo gesto per una persona a cui non rimane più nulla. O ancora, a Visso, eravamo in due per un sopralluogo dopo la seconda scossa del 26 agosto. A un certo punto, Roberto, il mio collega, sparisce. Torna dopo un po’. Mi dice “Ho portato una signora a dare da mangiare ai gatti...” Me lo volevo sbranare! Con tutto quello che c’era da fare si pensava ai gatti! Mi ha risposto: “Il mio compito è fare star bene la signora”. Discutibile, certo, ma alla fine è stata la cosa giusta. Perché in emergenza un gatto, un oggetto caro, la foto del figlio morto da recuperare tra le macerie, sono più importanti di ori o soldi, sono in cima alla scala dei bisogni, per stare bene. Ed è quello che conta in quella situazione».

Far stare bene le persone in emergenza. Bastano piccoli episodi?

«Un problema, tra le mille necessità della gente, tutte diverse, soprattutto nella tendopoli durante la prima accoglienza, dove bisogna ricoverare tutti e adattarsi. Roberta, mamma di Marco, bambino autistico, dice: “Io non posso portare mio figlio con gli altri”. Le viene detto “Non facciamo differenze”. E invece noi le differenze dobbiamo farle, perché un bambino così ha delle velocità e un agire che rispondono con tempi diversi rispetto ad altri, e la convivenza forzata con persone in queste condizioni peggiora tra loro i rapporti. Dobbiamo dare una risposta a ognuno. Bisogna, si può, è la società che ci dà questo mandato».

Che preparazione avete per affrontare tutto questo?

«Siamo attrezzati tecnicamente e mentalmente. Personalmente, per anni ho seguito persone con disabilità, ho una preparazione in questo senso. E l’esperienza che viene dai cataclismi affrontati, a cominciare dal “mio” terremoto, quello del Friuli del 1976, in Irpinia, in Umbria, a L’Aquila, il peggiore vissuto, perché abbiamo dovuto estrarre i corpi dei ragazzi dalla casa dello studente e tenere i rapporti con i genitori disperati».

Riuscite a sostenere il dolore che vi circonda?

«Esiste il trauma psicologico del soccorritore. Ci teniamo dentro tutto, non ne parliamo in famiglia, solo tra colleghi. Per questo abbiamo in squadra degli psicologi per alleviare il peso di cui ci facciamo carico. Il senso di questo libro non è dire quanto siamo bravi, ma come ci muoviamo in un mondo in cui siamo una mano, non i protagonisti. Non so se ci siamo riusciti, ma una riflessione da questa prospettiva andava fatta».

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Pubblicato su Il Messaggero Veneto