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Ecco il profilo del “mostro di Udine”

In un convegno è stato analizzato il caso che turbò Udine per due decenni

UDINE. Il profilo del “mostro di Udine”, il movente, i particolari agghiaccianti dei delitti che sconvolsero la città negli anni Settanta e Ottanta sono stati ieri al centro di una conferenza tenuta a Jesolo dal medico legale udinese Carlo Moreschi, nell’ambito della mostra “Serial killer, dalla vittima al carnefice”.

Il dottor Moreschi ha esposto i risultati della sua perizia, spiegando che il mostro di Udine conosceva bene l’anatomia femminile e uccideva donne indifese per poi accanirsi sui loro corpi con tagli rituali. Seviziò una vittima mentre era ancora viva e un’altra la deturpò con una lama rovente.

Il possibile movente? Deliri psicotici e la pungente frustrazione di non poter esercitare la professione medica a cui aveva dedicato gli studi di una vita. La “firma” del mostro è stata lasciata in particolare su quattro dei quindici omicidi avvenuti tra il 1971 e il 1989.

L’evento è stato moderato dalla scrittrice e giornalista Elena Commessati che ha allestito alla mostra di Jesolo una sezione dedicata al serial killer del Nordest, sullo spunto dell’indagine giornalistica sottesa al suo romanzo “Femmine un giorno” edito da Bebèrt. Relatori d’eccezione l’ex magistrato, Gianpaolo Tosel, che seguì le indagini sul serial killer, e l’avvocato Federica Tosel, che tutela la figlia di una delle quattro vittime.

«Possiamo parlarne ora perché il principale indiziato per gli inquirenti è morto da anni: un mancato medico di Udine specializzando in ginecologia» ha svelato al pubblico la scrittrice udinese. «Riferendoci alle quattro vite spezzate di cui racconta il mio romanzo: Maria Carla Bellone uccisa a 19 anni il 19 febbraio 1980, Luana Giamporcaro massacrata a 22 anni il 24 gennaio 1983, Aurelia Januschewitz assassinata a 42 anni il 3 marzo 1985, e, infine, Marina Lepre morta a 40 anni il 26 febbraio 1989. Ci fu un altro caso degli anni Settanta che presentava analogie simili».

«Solo un unico assassino poteva replicare in tutti i quattro delitti dettagli mai divulgati dalla stampa» ha affermato con sicurezza il dottor Moreschi. «Le quattro vittime, scelte per l’incapacità a opporre resistenza, sono tutte morte per scannamento, quindi lesioni da taglio al collo, in tre casi anche con tentativi di strangolamento.

Le accomunano le lesioni da taglio rituali, quindi non finalizzate ad uccidere, inferte al torace e all’addome: nel primo omicidio un taglio unico, nel secondo due tagli, nel terzo tre, tutti longitudinali, mentre nell’ultimo omicidio, più tagli trasversali. In un caso le ferite erano cauterizzate da lama rovente. Fra le analogie contestuali: tutti gli omicidi nel fine settimana e nello stesso periodo dell’anno, fra fine gennaio e inizio marzo».

Pubblicato su Il Messaggero Veneto