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Festival Dedica, parole e immagini di guerra con Marco Aime

Converserà con Arturo Pérez-Reverte: «L’inviato descrive la parte peggiore dell’uomo»

Si conclude sabato 23 a Pordenone il Festival Dedica, il cui protagonista è lo scrittore e giornalista spagnolo, dall’avventuroso passato di reporter di guerra, Arturo Pérez-Reverte. Penultimo appuntamento questa sera alle 20.45 al convento di San Francesco una conversazione dal titolo “Una penna in trincea” tra l’autore e lo scrittore e docente di Antropologia culturale all’Università di Genova, Marco Aime.

Al centro dell’incontro: come raccontare la guerra e perché è cosi importante saperla raccontare, specie oggi nel tempo dell’informazione istantanea. Scrivere di guerra, da quando queste erano seguite dai giornali, e fare gli inviati sui palcoscenici dei conflitti è diventato un genere letterario, visto che dalla prima guerra mondiale, sono stati molti gli scrittori che vi si sono cimentati: da Hemingway a Dos Passos, da Steinbeck a Orwell, da Curzio Malaparte ai nostri grandi reporter quali Oriana Fallaci o Indro Montanelli, solo per citarne alcuni. E, tra questi, Arturo Peréz-Reverte che di guerre nella sua carriera ne ha seguite molte e le ha raccontate sui media cartacei come su quelli televisivi, con reportage che hanno la forza di una scrittura lineare, ricca di particolari, attenta al dato oggettivo, fattuale. Marco Aime da antropologo ha visitato molti luoghi che sono stati teatri di guerra e ne ha dato puntuale resoconto in molti saggi e romanzi. Gli abbiamo chiesto qualche anticipazione.

Come condurrà la conversazione con Pérez-Reverte, quali aspetti della sua lunga militanza giornalistica cercherà di mettere in evidenza al fine di delineare un ritratto tipo del reporter di guerra, e delle caratteristiche che deve avere oggi una narrazione che si occupi di conflitti?

«Sicuramente partirò dalla sua esperienza di inviato di guerra. Quindi da cosa significhi essere in quel posto, quali sono le dinamiche che si creano anche tra giornalisti, e poi che cosa voglia dire raccontare una guerra a delle persone che stanno a casa e la vedono solo attraverso i tuoi occhi, le tue parole o le immagini che hai raccolto per loro».

Di questo Peréz-Reverte ne ha scritto in diversi libri; quale in particolare lei pensa sia il più significativo a questo proposito?

«Territorio Comanche è quello dove forse la componente autobiografica, anche se non dichiarata, è quella che viene fuori con maggior evidenza. E nel quale descrive non solo i due protagonisti, il giornalista Barlés dietro i quale non è difficile scorgere Perez stesso e il cameraman Márquez, ma anche molti dei suoi colleghi, le dinamiche che si stabiliscono tra di loro. C’è una frase a questo proposito assai eloquente che Perez fa dire al suo alter ego Barlés, ripresa anche nel romanzo La linea del fuoco: “In guerra i giornalisti la corsa la fanno tutti insieme, aiutandosi se necessario; però gli ultimi metri ognuno li corre per conto suo”. A dire del cameratismo che in quei contesti di morte e di tragedia si sviluppa tra i vari giornalisti, una solidarietà spesso bagnata da grandi bevute in serate negli alberghi all’insegna della rilassatezza quasi da festa tra compagnoni e anche a sottolineare lo spirito di competizione, la ricerca dello scoop o dell’immagine esclusiva, da piazzare bene a giornali e tv, con un pensiero alla carriera».

Oggi non ci sono soli giornali ma anche le tv.

«Infatti si deve distinguere tra carta che richiede una scrittura più attenta e approfondita per una lettura che è più lenta e più lunga, e telegiornali che hanno tempi più stretti».

C’è anche un aspetto come dire, morale o meglio deontologico che entra in gioco nella stesura o confezione della notizia?

«Questo è molto importante, perché bisogna scegliere come e con cosa dirlo. La scelta delle immagini, ad esempio, è spesso dirimente: devono riprodurre la realtà a tutti i costi anche a rischio di risultare sin troppo crude, o non piuttosto solo evocarla? Far vedere solo la violenza, le morti, i massacri oppure, andare alle cause? La guerra va contestualizzata, non solo raccontata nel suo divenire. Inoltre un giornalista dovrebbe raccontare in modo il più possibile obiettivo. Se invece ci si vuole schierare, bisogna dirlo».

L’inviato di guerra non è un giornalista come tutti gli altri.

«Vero. L’inviato spesso assume un tono eroico, d’altronde rischia la vita e a volte questo viene romanzato, ammantato di romanticismo. C’è da dire che è uno che vede solo la parte negativa dell’umanità, la parte peggiore dell’uomo».

Pubblicato su Il Messaggero Veneto