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Una “S” sul ventre delle vittime: ecco la firma del mostro di Udine

Resta senza nome l’assassino di almeno 4 delle 15 donne uccise in Friuli dal 1971 al 1989. L’omicidio di Marina Lepre riaprì il caso. Ma l’unico indagato, un medico, intanto è morto

UDINE. Il caso del “Mostro di Udine”, così chiamato, è una di quelle vicende di cronaca nera italiana che scuote la coscienza. È il caso più barbaro che ci sia stato da queste parti. Se citiamo il Mostro di Firenze, ci vengono subito in mente inchieste, processi, libri, fiction, colpevoli, ma di quello di Udine? Eppure è contemporaneo a Firenze, e ugualmente seriale.

E soprattutto è altrettanto italiano. Com’è possibile che in una città di centomila abitanti, dove il pettegolezzo corre veloce, non si sia arrivati mai a nulla di efficace?

In città si è mormorato per anni il nome di un sospettato, tanti conoscono piccoli pezzi di “sentito dire”, alcuni dicono di aver visto “qualcosa”, eppure non si è giunti mai a prove certe. Nessun processo a carico di nessuno. Gli indizi sono tanti, a volte fanno paura. Lo sa bene la figlia di Marina Lepre, la maestra elementare uccisa a febbraio del 1989, a lei che in una notte fredda, a soltanto nove anni, hanno strappato la madre e che da allora cerca giustizia.

È da poco che gli inquirenti le hanno affidato le intere carte del caso, come è giusto che sia, ma le hanno pure lasciato in eredità il nome del maggiore sospettato: un medico udinese, deceduto qualche anno fa, che non ha mai subito un processo perché è scomparso nel momento in cui gli indizi, all’avviso degli inquirenti, sarebbero potuti diventare una prova, e che ora la ragazza, per rispetto nei confronti della famiglia dell’indiziato e perché quest’ultimo non ha subito l’avallo di un processo, ha deciso insieme al suo avvocato di tenere segreto.

Cominciamo dalla cronaca recente. È a novembre 2014 che i Ris di Parma rivelano i risultati del test sullo scialle nero indossato da Marina Lepre la notte della scomparsa. Dopo mesi di analisi si è arrivati alla conclusione scientifica che non c’è nessun profilo genetico al di là del dna della vittima stessa. Un capello biondo di una signora malinconica, vittima della propria sensibilità e della depressione, che proprio quel giorno, 25 febbraio 1989, era pure andata dal parrucchiere e poche ore prima di morire aveva gridato in un bar: «Se esco di qui mi ammazzano».

E poi era stata risucchiata nella parte sbagliata del mondo. Così il caso l’anno scorso si è chiuso un’altra volta - ancora una volta -, ma non è detto che non si possa riaprire, perché i dubbi sono tanti, e forse c’è un’ulteriore pista che si potrebbe seguire, in giro per l’Italia, stando a una delle tesi minoritarie. Marina Lepre non è la sola vittima di questo orrore.

Nel 1985 Aurelia Januschewitz, un’alcolizzata, fa la stessa fine: prelevata dalla strada, uccisa con il macabro rituale della Lepre, e pure lei con una inconfutabile firma: una “esse” sul ventre, quasi un taglio cesareo, e poi buttata nella prima periferia. Due anni prima è la volta di Luana Gianporcaro, una ragazza triestina, con problemi psichici, e analoghe fatiche.

La stessa parte della società: quella dentro la notte. Anche lei, con lo stesse modalità delle precedenti, viene scaraventata come un sacco di immondizia. Gettata poi a Lumignacco, in un deposito rifiuti. Il Mostro uccide indisturbato. Quasi ogni due anni. Preleva vittime che non sono in grado di reagire. E prima ancora, 15 febbraio 1980, Maria Carla Bellone, una giovane ragazza tossica, trovata nei campi a Pradamano.

Sono queste le quattro vittime accomunate dalla medesima morte. Esiste un’analisi medico legale che lo attesta, nel 1995, e cioè sei anni dopo l’ultimo omicidio. Per le caratteristiche dell’assassinio si ipotizza con quel dossier a firma Carlo Moreschi che la mano sia unica e per di più esperta di arma da taglio.

Ecco perché si è fatta strada l’ipotesi dell’udinese, laureato in medicina e specializzato in ginecologia. Il giorno dopo l’omicidio della Lepre, era stato trovato sul greto del Torre, sul luogo del delitto, intento a pregare. I carabinieri l’avevano subito interrogato e da lì era cominciata la sua reale presenza in questa vicenda che scatena il disgusto in chi la conosce. E arriva la rabbia come un’onda di disagio per non poter fare di più per queste femmine dimenticate. Bollate come prostitute.

Purtroppo le donne assassinate a Udine dal 1971 al 1989 sono molte di più: quindici, con due casi risolti. Eugenia Tilling, morta nel 1975, e Matilde Zanette, deceduta nel 1984.

Le modalità sono diverse dai casi del Mostro: qui si tratta di strangolamento o utilizzo di arma da taglio, senza “quella” firma perversa. Nel caso del Mostro, per i carabinieri il sospettato numero uno era il medico, «il borghese della Udine Bene», per la polizia un abitante della zona della stazione, nelle vie che ancora oggi, nel 2015, rimangono quelle della prostituzione e dove, nel lontano 1971, comincia questa crudele scia assassina.

Ci riferiamo a Irene Belletti, una bella “mondana”, amica di tutti: accoltellata il primo giorno d’autunno.

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Pubblicato su Il Messaggero Veneto