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Il delitto di via della Valle, la nuova versione di Paglialonga: «Quella sera aspettavo amici»

UDINE. Lo ha adombrato durante l’udienza di convalida, nel tentativo di indirizzare altrove l’attenzione degli inquirenti, ma senza alcuna prova certa o, quantomeno, convincente: la notte tra il 6 e il 7 maggio in cui la 74enne Lauretta Toffoli è stata uccisa nel proprio appartamento, al secondo piano della palazzina Ater di via della Valle, lui, che abita al primo piano, stava attendendo la visita di alcuni «amici pakistani».

Di più, Vincenzo Paglialonga, il 40enne sottoposto a custodia cautelare in carcere con l’accusa di omicidio volontario, non è stato in grado di dire. O meglio, di dimostrare.

Il suo difensore, avvocato Piergiorgio Bertoli, però, è convinto che quel che serve per imprimere una svolta alle indagini possa arrivare dall’analisi dei tabulati telefonici del cellulare che aveva in uso.

«I contatti, quella sera, ci furono», dice. Convinto di riuscire così a trasformare quella che il gip Matteo Carlisi, per ora, ha definito «una mera supposizione priva di riscontro», nel principio di una possibile nuova pista investigativa.

Richieste d’aiuto inascoltate

Mentre si cerca di far luce sul delitto, negli ambienti giudiziari a far riflettere è anche ciò che quella notte accadde nel resto della palazzina. Anzi, quel che non accadde, visto che nonostante le urla e le richieste di aiuto di Lauretta, che qualche vicino sentì addirittura gridare “Aiuto, mi ammazza”, nessuno ritenne di correrle in soccorso, quantomeno chiamando il Numero unico per l’emergenza.

«Lo trovo un po’ sconcertante», afferma il procuratore capo, Massimo Lia, confermando essersi confrontato a propria volta con i colleghi e con la polizia giudiziaria sull’anomalia del caso.

«Lascia oggettivamente perplessi. Forse, trattandosi di un condominio abitato soprattutto da anziani, ha prevalso la tendenza a farsi gli affari propri. A non esporsi, insomma», ipotizza.

«Lungi dal generalizzare e colpevolizzare persone estranee al delitto – precisa –, va comunque rilevato come tutti sapessero che Lauretta Toffoli viveva da sola. Sentirla gridare in piena notte, quindi, avrebbe dovuto fare superare qualsiasi remora».

Certo, è lo stesso procuratore a riconoscere come, forse, neppure la più tempestiva delle segnalazioni sarebbe bastata a salvarle la vita. «Ma un intervento immediato – osserva – avrebbe quantomeno favorito l’individuazione del responsabile o agevolato le indagini».

Da qui, l’auspicio «di una maggiore sensibilità» o, detto in altri termini, di un «senso civico più spiccato» e di quella «normale collaborazione che ci aspettiamo vi sia con le forze dell’ordine».

Le indagini

Sul fronte investigativo, l’attività della Squadra mobile della Questura procede a 360 gradi. Perché, se è vero che a essere indagato è Paglialonga, nulla esclude che sulla scena del crimine, oltre a lui, ci fossero anche altre persone.

Sabato 15 maggio sarà effettuata la copia forense dei telefoni: il suo e anche quella del figlio della vittima, Manuel Mason. La settimana prossima, invece, la Polizia scientifica tornerà sul luogo del delitto insieme ai colleghi del Gabinetto interregionale di Padova, che arriveranno a Udine in supporto con una speciale attrezzatura: la Fiat Fullback forensic.

L’ispezione interesserà anche la stanza occupata dal figlio in una struttura del Centro di salute mentale e l’appartamento di Paglialonga.

La difesa

Nuovi sopralluoghi, quindi, come peraltro sollecitato dal consulente della difesa, Edi Sanson. Difesa che continua a contestare tutto, o quasi, dell’impianto accusatorio.

«È lo stesso controllo effettuato dalla Squadra volante all’1.45, quando scatta l’allarme per la rottura del braccialetto elettronico, a garantire un alibi a Paglialonga», dice l’avvocato Bertoli, ricordando come fosse stata Lauretta a chiedergli di salire, alle 00.20.

E ritenendo quindi impossibile che ad accoltellarla sia stato lui in entrambe le ipotesi di orario formulate dagli inquirenti sulla base delle urla sentite dai vicini: né all’1.30, «perché altrimenti gli agenti lo avrebbero trovato ancora zuppo di sangue», né alle 2, «e cioè pochi minuti dopo che se n’erano andati».

Il cadavere dell’anziana era stato trovato il giorno dopo, attorno alle 14, dal figlio. Il medico legale Carlo Moreschi ha collocato il decesso tra la mezzanotte e le 4, calcolando 33 ferite da punta e da taglio in varie parti del corpo.

Un coltello insanguinato è stato rinvenuto poco dopo nell’appartamento dell’indagato, che peraltro aveva con sé le chiavi di casa della vittima.

Pubblicato su Il Messaggero Veneto