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Una telefonata dopo il delitto «Mamma, ti chiedo perdono»

Al processo la testimonianza dei genitori di Giuseppe Forciniti. Il medico legale: 19 fendenti, 4 letali

ROVEREDO IN PIANO

«Mamma perdonami, perdonami...». La telefonata arriva a Giovanna Ferrante dal figlio Giuseppe Forciniti alle 23.49, il 25 novembre 2020. Giovanna non sa che in quel momento Aurelia Laurenti, 32 anni, la compagna di suo figlio, colpita da 19 coltellate, giace a pancia in giù in una pozza di sangue ai piedi del letto matrimoniale, che non condivide più con il suo compagno Giuseppe, nella villetta a schiera di Roveredo in Piano. Fra i singhiozzi Giovanna, chiamata a testimoniare in Corte d’assise a Udine, rievoca quella notte, mentre suo figlio Giuseppe, in lacrime a sua volta, la guarda, dal banco degli imputati, circondato dalla polizia penitenziaria, accanto al suo avvocato Ernesto De Toni. «Pensavo che si volesse suicidare...» esclama Giovanna. A farle venire un tuffo al cuore, dice, è stata la voce del figlio, così strana, diversa. Poi la valigia riempita di corsa, il viaggio in auto fino all’alba con il marito Antonio Forciniti dalla Calabria a Pordenone, le telefonate concitate, quattro con Giuseppe, la più lunga di due minuti, con la zia e la mamma di Aurelia, il cellulare della vittima che squilla a vuoto. Solo verso le 6.30-7 dell’indomani, dicono i genitori dell’imputato, capiscono cosa sia successo. A precisare ai giudici cosa abbia detto il figlio è il padre: un’intrusione dei ladri, una lite, poi «Aurelia è morta». «Vai dalla polizia, raccontagli tutto». Alle 00.40, dopo aver accompagnato i piccoli dalla zia, Giuseppe Forciniti si presenta in Questura. Con i palmi delle mani sanguinanti per alcune ferite e le scarpe sporche di sangue, puntualizza il vicesovrintendente della squadra volante Andrea Bevilacqua al processo. Subito scatta il sopralluogo alla villetta, avvolta nell’oscurità e in un «silenzio irreale», solo una luce fioca da una finestra al primo piano. Il poliziotto sfonda con un calcio la portafinestra della cucina, con la torcia illumina il cammino, salendo la scala a L incontra le prime tracce di sangue: goccioline che diventano chiazze, man mano che si avvicina alla camera da letto. Qui trova il corpo di Aurelia, non dà segni di vita, chiama comunque i soccorsi, che constatano il decesso. A quel punto entrano in campo la scientifica e la squadra mobile, il medico legale Michela Frustaci e il pm Federico Facchin. In casa gli inquirenti trovano disordine e sporcizia. Il sovrintendente Renato Milan della Mobile aggiunge che l’arma del delitto, lunga 30 centimetri, con lama di 17, è rinvenuta in un cassonetto in via Runces l’indomani, vengono sequestrati telefonini, tablet, pc, pen drive, esaminati poi dal ct Mauro Carnevali (solo l’iPhone di Aurelia resta inviolato, ora però con gli aggiornamenti si potrebbe ritentare, sostiene il consulente in aula) si ricostruiscono le ultime ore di Aurelia attraverso le testimonianze di vicini, familiari e tabulati telefonici. Alle 19 la vicina Viviana Cannata sente una lite. Aurelia fa l’ultima telefonata alle 23.16, a un’amica e dirimpettaia (sarà sentita alla prossima udienza, insieme con i cinque testi scelti dall’avvocato di parte civile Antonio Malattia, che assiste i familiari della vittima). Poi, intorno alle 23.30, due vicini, Cristian Bongardo e Cannata, ricordano di aver udito delle grida dalla villetta (lui sente «Papà no», lei solo papà). Fra le 23.30 e mezzanotte si colloca l’ora del delitto. Frustaci ritiene possibile che all’inizio Aurelia abbia brandito il coltello in aria per allontanare Giuseppe (questo spiegherebbe i taglietti superficiali riportate da lui, che era in slip, ai palmi, alle dita, a un’ascella e di punta all’addome). In base alla ricostruzione di Frustaci, c’è stata una colluttazione, durante la quale vittima e imputato hanno tenuto in mano insieme il coltello dall’impugnatura quando sono stati inferti i primi due fendenti, poi la donna ha cercato di proteggersi volto e collo, dove si sono concentrate le coltellate letali (4 secondo Frustaci), infine è stata colpita dall’imputato quando era a terra. L’indagine ha approfondito anche il contesto familiare pregresso. Aurelia e Giuseppe incontrano il 3 novembre 2020 la psicoterapeuta di coppia Fernanda Puiatti. Cosa dice Aurelia di Giuseppe in quel frangente? «Mi fa schifo». Sono in crisi da agosto, quando lei ha scoperto un secondo tradimento di lui. Giuseppe invece racconta che «in seguito a rientri tardivi la sera lei si era arrabbiata e lo aveva menato (...). Lui lo aveva vissuto come un atto d’amore, vuol dire che ci tiene a me». L’imputato chiama la psicologa il 25 novembre, alle 15.30. Lei è impegnata in una riunione, lo richiama appena finisce. Lui, però, non risponde più. —

Pubblicato su Il Messaggero Veneto