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È morto Romano Perosa, il gendarme di Paolo VI e di Papa Karol Wojtyla

Originario di Palmanova, a 14 anni si era trasferito a Pordenone. Segnalato al Vaticano da don Paradisi, vi rimase sino al 2010

PORDENONE. Addio a Romano Perosa, il gendarme dei pontefici. Si è spento sabato sera all’ospedale di Pordenone a 72 anni.

Era nato a Palmanova il 20 giugno 1949 e a 14 anni si era trasferito nella Destra Tagliamento al seguito del padre, dipendente dell’Archivio di Stato. Manifestò immediatamente una predisposizione alla vita sociale e nel mondo della Chiesa. Diplomatosi al Kennedy, frequentò diversi gruppi e cori tra i quali il San Marco.

Dopo il servizio militare il parroco della Madonna delle Grazie, il padre benedettino Alessandro Paradisi, gli propose di entrare in Vaticano. Il 15 settembre 1970, sotto il pontificato di Paolo VI, infatti, era stato sciolto il corpo della Gendarmeria assieme agli altri corpi armati, a eccezione della Guardia svizzera. E il nuovo Ufficio centrale di vigilanza aveva bisogno di rimpinguare le fila.

I requisiti richiesti? «Onestà e impegno ecclesiale», valori che Romano Perosa avrebbe testimoniato tutta la vita. Accertati i “meriti” da don Ermanno Nigris, fu assunto da colui che sarebbe stato il suo comandante e maestro, il commendatore Camillo Cibin, originario di Salgareda.

Superato l’anno di prova entrò definitivamente in organico. Seguì il matrimonio con Eleonora Ceschin e poi arrivarono i figli Carlo ed Eugenia.

Le mansioni che gli furono assegnate le elencò in una intervista al Messaggero Veneto all’indomani della pensione: «Dovendo operare nella centralità della Chiesa, mi veniva richiesto un self-control particolare per le più disparate situazioni: il servizio della vigilanza interna dello Stato, la sicurezza per i pellegrini durante le udienze, la prevenzione di reati di borseggio, di azioni di mitomani in basilica e, soprattutto, di vigilare e all’occorrenza intervenire tempestivamente per la sicurezza del Santo Padre».

Fu sempre libero di esprimere il suo pensiero, «in maniera educata, con discrezione, ma senza reticenze». Per capire la sua persona e il suo stile, giova un’altra sua considerazione: «Sono contento di avere conservato la stima dei e per i miei superiori, anche porporati, nonostante a volte si fossero dichiarati avversari dei progetti che avevo loro sottoposto: del resto anche per loro vale il detto “è sempre meglio avere un avversario onesto che 100 amici disonesti”. Ho detto avversari e non nemici perché in un contesto cristiano non ci sono nemici».

Non mancava di raccontare qualche aneddoto, con discrezione. Uno si verificò durante la visita del presidente dell’Egitto Anwar Sadat al Santo Padre. «Mentre stavo compiendo un’ispezione alla terza loggia la porta dell’ascensore con dentro il presidente si aprì al piano non previsto: scattai sull’attenti. Il presidente rimase un po’ sorpreso dal vedere uniformi diverse da quelle della Guardia svizzera, ma rispose con un saluto altrettanto marziale. Un’altra volta mi trovai davanti Giovanni Paolo II, il quale dopo essersi guardato intorno e avermi fatto un sorriso esclamò: “Beh... anche il Papa, qualche volta, sbaglia!”».

Smascherò un mitomane vestito da vescovo in mezzo a un gruppo di benedettini francesi veri, nella notte di Natale del 1975 all’apertura dell’Anno Santo.

Negli anni Ottanta si verificò anche un tentativo di rapina alla cassa del Governatorato: venne sventata per merito del sangue freddo del cassiere (ex gendarme anche lui) che, minacciato con la pistola da uno dei quattro malviventi, continuava a tenere tra le mani giunte le chiavi della cassaforte. «Un malvivente mi puntò il revolver alla nuca, senza che mi accorgessi di quanto stava accadendo, mentre aprivo una finestra per rianimare una persona che era svenuta dalla paura».

Dopo otto anni di servizio all’Ufficio centrale di vigilanza venne chiamato, date le competenze in materia, a far parte del ministero degli Interni del Vaticano, pur rimanendo a disposizione della Gendarmeria quando circostanze particolari richiedevano un dispiegamento maggiore di forze di sicurezza.

Laureato alla Lateranense in Scienze religiose, tornato a Pordenone si dedicò per alcuni anni all’insegnamento in seminario e alla vita in molte realtà, dando vita anche all’Associazione Gendarmi in congedo di cui una rappresentanza sarà presente ai funerali.

Romano Perosa ha affrontato la malattia che l’ha colpito negli ultimi anni con coraggio, a testa alta, con una fede incrollabile, dignità e senza paura.

Oggi alle 19.15 verrà recitato il rosario di suffragio nella chiesa San Pietro apostolo di Cordenons dove domani alle 16 verranno celebrati i funerali.

Pubblicato su Il Messaggero Veneto