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Sale in cima e gira tra i crepacci con i bermuda e scarpette: «Così la gente rischia la morte»

Il Soccorso alpino ha fotografato il giovane e resa pubblica l’immagine. Decaloghi e consigli su come affrontare la montagna cadono nel vuoto da anni  

La città si veste da montagna e la montagna da città. Anzi, da mare. Il paradosso è evidente: giacca a vento, calzoni da alpinismo e scarponcini per le vie di Milano e pantaloncini, canottiera e scarpe da ginnastica sui ghiacciai. Accade da anni. Ieri il soccorso alpino valdostano ha detto basta. Ha fotografato il giovane in bermuda e scarpette che saliva verso la vetta del Breithorn, a 4mila metri, e ne ha fatto una sorta di manifesto del «così non si fa, si muore». La conca glaciale che dalle piste estive di Cervinia va verso il Breithorn, la catena più occidentale del Monte Rosa, è colma di neve, invitante. «Ma lì sotto ci sono i crepacci», sbotta alterato Paolo Comune, direttore del soccorso alpino valdostano. Dice: «Non solo, una scivolata sul ghiaccio e gambe e braccia si abradono sui cristalli. Se poi finisci in un crepaccio… Insomma è più facile morire per fratture o per il freddo che uscirne vivo». Ancora: «Il costo insostenibile è la vita. Per soccorrere uno sprovveduto si potrebbe arrivare tardi per salvare una persona colpita da infarto».

Da anni le guide e il Club alpino italiano cercano di far passare messaggi. Ci sono decaloghi di come affrontare la montagna, ma tutto cade nel vuoto. «Parole inascoltate. Gente che ignora dov’è. E allora ho deciso di rendere pubblica questa foto, nella speranza che l’immagine possa insegnare. L’anno scorso, sui social, si è scatenato un dialogo senza senso sul fatto che alla Capanna Margherita del Rosa, 4.554 metri, si potesse andare slegati perché c’è una traccia profonda nella neve che copre il ghiacciaio. E qualcuno scriveva che i pericoli descritti dalle guide erano sponsor d’ingaggio professionale. Di fronte a tanto, che fare?». Paolo Cognetti, scrittore e frequentatore del Rosa fin da bambino, dice: «Sono d’accordo su come il soccorso ha indicato questo approccio assurdo alla montagna. Ci vuole il modo ruvido. Con questa moda delle corse in montagna sono tutti fenomeni, ma non hanno capito che basta una nuvola e sei fregato a quelle quote. I ghiacciai del Rosa, che conosco, sembrano accessibili, ma sono imprevedibili».

Il vicepresidente del Club alpino italiano, Antonio Montani: «Frutto di questa cultura di oggi, basta pagare e si fa quello che si vuole. Ci vuole informazione e formazione, non i divieti. Con la pandemia sono milioni coloro che si sono avvicinati alla montagna per la prima volta. Nel 2020 il soccorso alpino ha fatto interventi una volta e mezzo in più rispetto al 2019. Noi ripetiamo alla noia come affrontare la montagna». Ezio Marlier, presidente delle guide alpine valdostane lancia un appello: «È nostro dovere, così come delle istituzioni, fare qualcosa. La gente non ci dà retta. Due giorni fa sul ghiacciaio del Dente del Gigante ho incontrato padre, madre e figlia di 10 anni, in scarpette e slegati. Li ho messi in guardia, ho ricevuto un vaffa. La montagna è banalizzata, bisogna andare nelle scuole e spiegare il territorio. Mettiamoci subito al lavoro».

Pubblicato su Il Messaggero Veneto