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Non fu errore dei medici: assolti dopo 7 anni

Furono accusati di omicidio colposo per la morte di un cinquantacinquenne morto a una settimana dal ricovero

Hanno atteso per più di sette anni una sentenza che li assolvesse dai reati di cui erano stati accusati. Per la dottoressa Cristina Catena, 49enne udinese, e il professor Gian Luca Colussi 45enne pordenonese, medici dell’ospedale di Udine, quel giorno è arrivato ieri con l’udienza che si è celebrata dinanzi al giudice Paolo Lauteri.

Il fascicolo aperto in Procura a seguito alla morte di Giuseppe Canfora, 55enne di Tricesimo, imputava a entrambi «per colpa dovuta a imperizia, negligenza e imprudenza, di aver cagionato la morte di Canfora dovuta a insufficienza respiratoria conseguente a overdose di oppiacei».

Il paziente era giunto al Pronto soccorso il 12 luglio del 2013 lamentando febbre, alterazione della sensibilità e dolori alle braccia. All’esito di una visita neurologica risultata negativa, gli venivano somministrate dosi di morfina e antinfiammatori. Una terapia che era proseguita durante la sua degenza nel reparto di Medicina interna, dove era rimasto fino al 19 luglio, data del decesso. L’accusa contestava ai due medici la mancata comprensione, valutazione e diagnosi degli effetti collaterali manifestatisi a seguito della somministrazione di morfina. La mancata predisposizione di un piano di cura e l’errata terapia in relazione alla patologia sofferta dal paziente. Ma i dubbi sull’effettiva responsabilità dei due medici in relazione alla morte del paziente sono emersi nel corso del processo, tanto da indurre lo stesso pm Luca Spinazzè a chiedere per gli imputati l’assoluzione a norma del secondo comma dell’articolo 530 nell’impossibilità di affermare la penale responsabilità degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio.

Una battaglia legale che si è combattuta a colpi di perizie, quella disposta dal giudice si è sommata alla precedente ottenuta dal pm, confutata dai consulenti della difesa Gian Luigi Nicolosi, Amato de Monte e Gionata Mazzolo per Colussi, oltre a quelli incaricati per Catena, il tossicoloco forense Guido Viel e Pier Riccardo Bergamin. È sulla base di quelle consulenze che è stata ipotizzata una diversa causa della morte del paziente, provocata dalla rarissima sindrome di Guillain Barré. Una diagnosi citata dall’avvocato Lucio Tirelli, difensore della dottoressa Catena che aveva visitato Canfora alla Clinica medica.

La somministrazione della morfina faceva capo al trattamento antidolorifico impostato al Pronto soccorso e proseguito in reparto, ha spiegato il legale, chiedendo per la sua assistita l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Altrettanto ha fatto l’avvocato Luca Francescon, difensore di Colussi, contestando le conclusioni del consulente del pm ed evidenziando la posizione del suo assistito, che solo in due occasioni, il 14 e il 18 luglio del 2013, vide il paziente, da qui la richiesta di assoluzione con la formula più ampia.

Posizioni non condivise dai familiari della vittima, che si sono costituiti parte civile, assistiti dagli avvocati Paolo Baracchino, Diletta Dallai e Vincenzo Noviello, chiedendo la condanna degli imputati e il risarcimento. Il giudice ha assolto entrambi gli imputati «perché il fatto non sussiste». —

Pubblicato su Il Messaggero Veneto