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Premio Scerbanenco, il racconto: "Lezioncina alla milanese"

Lignano, sabato 29 agosto al Cinecity la cerimonia di premiazione. Un addetto alla sicurezza di un supermercato fa uno sbaglio e parte una spedizione punitiva

Concludiamo la pubblicazione dei tre racconti finalisti della sesta edizione del Premio Scerbanenco@Lignano. Dopo “Fugu”, di Francesca Santi, e “Fatman”, di Stefano Giulidori, è la volta “Casa Amici (1990 circa)”, di Giuseppe Vottari. Sabato 29 agosto, alle 18, al Cinecity di Lignano, la cerimonia di premiazione, presenti Cecilia Scerbanenco e Franco Forte, direttore de Il Giallo Mondadori.

* * *

L’ultima volta che l’ho visto era in piedi a gambe larghe con una pistola in mano. Aveva appena combinato un guaio di quelli grossi, Lele Governa da via Paolo Maspero. Due metri di muscoli e nervi su una testa calda come poche altre malgrado i quarant’anni suonati.

Di fronte a quello che per noi restava sempre lo stabilimento in disuso della Motta di viale Corsica, anche se ormai da anni il vecchio complesso industriale 1930 circa dove si producevano panettoni, buondì e altre merendine era stato demolito, e al suo posto svettavano un enorme supermercato Maxi Simply con annesso parcheggio multipiano e un Brico center, Lele Governa fiammeggiava come un drago incattivito.

La Beretta puntata in basso, impugnata a due mani. La canna d’acciaio sabbiato e brunito della pistola rivolta su un corpo sanguinante spiaccicato sul marciapiede. Un uomo che indossava un’arma e una divisa di cui probabilmente non avrebbe più fatto uso.

La colpa del tizio abbattuto, addetto alla sicurezza del Maxi Simply, era quella di aver palpeggiato e fatto una proposta indecente alla convivente di Lele, mia sorella Maddalena, cassiera al vicino Brico.

Il che spiega il mio coinvolgimento nella spedizione punitiva. La quale spedizione, a quanto mi aveva promesso Lele (che da qualche anno non frequentavo più assiduamente come facevo quando eravamo ragazzi), doveva limitarsi a una ripassata alla guardia giurata, una strapazzata per rieducarlo pubblicamente alle buone maniere.

“Magari dopo ci mangiamo una cosa insieme da un cinese lì vicino”, aveva aggiunto a sorpresa, facendomi l’occhiolino. Non avevo trovato la forza di rimbalzarlo e sfilarmi senza dargli una mano. Non lo vedevo da secoli e non ricordavo neanche più l’ultima volta che mi aveva chiesto di fare qualcosa con lui. Si trattava di un ritorno al passato, per certi versi.

Alla nostra adolescenza turbolenta, manesca e vissuta fuori giri. Appena usciti da scuola mangiavamo di corsa e poi ci fiondavamo in strada – per giocare a basket nei campetti di periferia fino a non reggerci più in piedi, bazzicare tossici e ladruncoli per capire se si poteva davvero vivere senza lavorare, trovando il grano necessario a fumare erba e tenerci su di giri e magari fare i brillanti con le ragazze almeno un paio di volte a settimana – e ci restavamo fino a sera.

“Una lezioncina alla milanese”, nelle parole di quel bugiardo patentato di Lele Governa, che sorridendo sghembo mi infinocchia sistematicamente da quando ci siamo conosciuti in seconda media, a dodici anni, alle selezioni per la squadra di basket della scuola statale Luigi Majno di via della Commenda, nella palestra dell’edificio umbertino 1910 circa.

Lui divenne il centro titolare della prima squadra, io il playmaker di riserva della seconda. Lui stella, io gregario. Probabilmente Lele è sinceramente dispiaciuto di non essere mai riuscito a farmi condividere con lui l’esperienza di giocare da protagonista una finale di campionato provinciale o regionale, almeno quanto lo è del fatto che io la vita da strada non l’ho mai vissuta fino in fondo e non mi sono rovinato l’esistenza diventando un criminale di periferia. Uno che inizia da ragazzo con scippi in moto e rapine a farmacie e tabaccherie.

Come aveva fatto Lele. Che non si era più fermato. Questa volta la tentazione di mandarlo al diavolo è stata forte perché tra due mesi mi sposo e tra cinque diventerò padre, ma il pensiero che Lele potesse coinvolgere mia sorella nell’impresa punitiva mi ha fatto capitolare.

Così mi sono inventato un appuntamento dell’ultima ora, ho chiesto alla titolare dell’agenzia immobiliare per cui lavoro il permesso di prendere la Smart aziendale e alle tre sono passato a prendere Lele in via Paolo Maspero, nella palazzina a cinque piani funzionalista 1970 circa con vista Ortomercato in cui abita da sempre.

L’ho portato in viale Corsica, depositato davanti all’obiettivo (edilizia commerciale contemporanea) e fino al momento in cui non ha estratto la Beretta avvicinandosi all’addetto alla sicurezza mi sono illuso che tutto sarebbe filato liscio. Sono sceso dalla Smart e gli sono corso dietro. Gli ho gridato di fermarsi, ma Lele probabilmente non mi ha neppure sentito.

Ho capito che la lezione al vigilante molestatore era solo l’esca che mi aveva lanciato per coinvolgermi. Mi sono fermato pensando alla mia donna incinta, mi sono ricordato di essere ancora incensurato, di non avere debiti e di avere un lavoro che facevo volentieri: gli ho voltato le spalle e sono tornato di corsa alla Smart. Dopo i due spari ho dato gas e sono schizzato via.

Nel retrovisore ho intravisto mia sorella uscire dal Brico, fermarsi vicino a una vecchia moto parcheggiata male sotto la cassa continua del Simply, raccogliere qualcosa e lanciarla a Lele. Qualcosa tipo una sacca. Ho guardato Lele rimpicciolire nello specchietto fino a sparire. L’ho maledetto.

Mi sono allontanato pestando sull’acceleratore. Ho pensato non mi freghi più e proprio in quel momento, mentre finivo di imprecare e stringevo il volante come avrei fatto col suo collo, con la coda dell’occhio ho colto alla mia destra, su un vecchio portone di un edificio d’edilizia popolare malmesso 1965 circa, una sfilza di cartelli di offerte immobiliari, di vendite e affitti in cui mancava giusto quella della mia agenzia.

Ho frenato e scalato, messo la freccia e imboccato a razzo un passo carrabile. Sono sceso dalla Smart, ho acceso le quattro luci lampeggianti e ho pensato che Lele forse era riuscito a darsela e non si era fatto blindare.

Mi sono imposto di non pensare a mia sorella e alle sue sciagure, cominciate quando a tredici anni si era perdutamente innamorata di Lele Governa, che allora ne aveva sedici e aveva già soggiornato al carcere minorile Cesare Beccaria, un ecomostro di architettura a blocchi collegati 1950 circa. Ho chiamato in agenzia per dire che l’appuntamento era saltato ma forse avevo trovato qualcosa d’interessante.

Ho raggiunto il portone, studiato gli annunci e fischiettando mi sono fiondato sulla pulsantiera dei citofoni per fare un po’ di vero lavoro di strada. In fondo, sono solo un agente immobiliare. Ho quasi vent’anni di esperienza sul campo e il mio lavoro continua a piacermi.

Al quarto tentativo ho fatto centro. Nel frattempo, mi erano arrivati un paio di messaggi sul cellulare, ma li ho ignorati per dedicarmi alla signora di mezza età che avevo agganciato e a cui avevo promesso l’impossibile, se affidava alla mia agenzia un mandato esclusivo per la vendita del suo appartamento. Sono salito, ho sorriso a nastro e in venti minuti l’ho fatta capitolare e ho conquistato la sua firma.

Giù in strada, ho trovato un corvo in divisa da vigile urbano che fissava torvo la mia Smart, intenzionato a guadagnarsi un bonus giornaliero sulla mia infrazione.

L’ho fatto desistere invitandolo a salire con me al quarto piano da mia nonna moribonda e mi sono rimesso in strada tirando il fiato per lo scampato pericolo. Il sacchetto di carta del Brico l’ho intravisto solo mentre parcheggiavo la Smart davanti all’agenzia immobiliare, ospitata in una villetta terra cielo liberty 1900 circa in Città Studi. Dentro c’era più o meno il mio guadagno di un trimestre.

A quel punto ho controllato il cellulare e scoperto che uno degli sms era di Lele. Diceva: “Per il mio nipotino, tu non te li meriti”. Ho sentito accelerare i battiti cardiaci e ho avuto paura di dare fuori di matto. Sacchetto, soldi, messaggino. Come aveva fatto? Aveva forse imparato a volare, Lele Governa da via Paolo Maspero? E perché correre quel rischio dopo che l’avevo tradito come un infame?

Ho faticato a cacciare indietro le lacrime. Mi sono fatto schifo. Ho avuto la tentazione di chiamarlo subito, ma poi ho capito che era l’unica cosa che non dovevo assolutamente fare in quel momento.

Prima di entrare in ufficio, però, ho fatto uno squillo a mia sorella Maddalena. Lei mi ha rassicurato: tutto le andava a meraviglia, anche se proprio quel pomeriggio si era presa un grande spavento perché c’era stato un agguato all’addetto alla sicurezza del supermercato Simply, proprio di fianco al Brico, dove lei stava finendo il turno. Il vigilante purtroppo era morto e le forze dell’ordine erano intervenute in massa.

All’inizio, dopo aver escluso tentativi di rapina sia ai danni del Simply sia del Brico, i poliziotti brancolavano nel buio. Poi avevano scoperto che la moto in sosta vietata vicino alla cassa continua del supermercato era proprio dell’ucciso e in una delle borse laterali era stato ritrovato del denaro sospetto, diviso in mazzette, in tre divise estere. Le mazzette erano assicurate da fascette su cui erano impressi ideogrammi.

I soldi erano in un sacchetto di carta di un vicino ristorante cinese che faceva anche asporto. In breve, era venuto fuori che il denaro veniva da un locale di viale Lombardia, un postaccio gestito da tre fratelli cinesi dove si facevano molte più scommesse clandestine che ordinazioni di ravioli e bao.

I risto-allibratori cinesi erano stati rapinati solo un paio di ore prima dell’agguato di viale Corsica, mentre due dei tre fratelli erano fuori per consegne. Il seguito delle parole di mia sorella l’ho ascoltato distrattamente.

Ho trattenuto il fiato, chiuso gli occhi, ripensato a Lele che mi faceva l’occhiolino parlando di mangiare da un cinese e mi sono immaginato cos’era successo: Lele aveva avuto una dritta, lui e Maddalena avevano tirato in mezzo il vigilante che aveva fatto lo scemo con mia sorella, se l’erano lavorato e l’avevano convinto a fare il colpo della vita e poi l’avevano tolto di mezzo per non dividere il bottino.

Lele Governa al top del suo ingegno criminale. Mia sorella mi ha chiesto della gravidanza e del matrimonio, ha aggiunto di essere felice per me, poi ha detto che doveva tornare al lavoro. Le ho raccomandato di salutarmi Lele, che sarebbe stato il mio testimone.

Le nozze, con rito civile, si sarebbero celebrate alla Villa Comunale di via Palestro, un magnifico edificio neoclassico 1795 circa. —

 

Pubblicato su Il Messaggero Veneto