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Addio a Franca Valeri, cent’anni in scena con eleganza e ironia

Autrice raffinata e icona popolare con la Signorina Snob o la Sora Cecioni. Arrivata alla soglia del secolo di vita aveva confidato: «Mi pesa non faticare più»

È morta Franca Valeri. L’attrice, che era nata a Milano nel 1920, aveva appena compiuto 100 anni il 31 luglio. Pare che nemmeno il covid 19 l’avesse impressionata o intimorita più di tanto, del resto non guardava la tv da oltre due anni e le cose del mondo, quelle poche che meritano la sua attenzione sempre così attenta a separare il miglio dalla gramigna, le osservava con sapiente distacco e lucidità critica, perché come diceva in una celebre battuta di “Parigi o cara”, uno dei suoi primi film, diretta da Vittorio Caprioli allora suo marito, «grazie a Dio che c’ho ’na filosofia che è ’na cosa fantastica».

La grande attrice milanese ma romana d’adozione aveva compiuto 100 anni il 31 luglio. 100 anni spesi per il teatro e lo spettacolo, «amato sopra ogni altra cosa; immaginato sempre come un uomo affascinante ed esigente», al punto che, aveva confessato, «non avrei mai lasciato il mio mestiere per nessun uomo al mondo, anche se di uomini ne ho amati, ma quando il sipario si apre si apre un orizzonte che esclude tutti gli altri».

Un amore totalizzante che, nel corso di una carriera lunghissima (aveva smesso di calcare le scene solo un paio di anni fa), è sconfinata nel cinema, nella televisione, nella scrittura (sua una decina di libri e di altrettante commedie); sconfinamenti che hanno lasciato il segno, con la creazione di personaggi entrati ormai nell’immaginario collettivo.

Ritratti di donne, mogli, zitelle, segretarie, parrucchiere confluite in quelle straordinarie sintesi del femminino che sono, ancora oggi ineguagliate, la Sora Cecioni e la Signorina Snob. Popolana, romana che più romana non si può, indolente e impicciona, la prima; aristocratica e con la puzza sotto il naso di una certa milanesità, la seconda. Perché sono state le donne l’oggetto principe del suo narrare; donne, che raccontò con arguzia non risparmiando anche critiche feroci, attirandosi gli strali delle femministe più accese: «Ma criticare le donne, disse, è forse il modo migliore per essere femminista».

E alle donne, alle loro manie, ai loro tic vizi e virtù (non tantissime, visto l’imperare di modelli non sempre esaltanti) avevas affidato il suo racconto di questa nostra Italia, alle prese con vieti luoghi comuni, madornali banalità e una modernità che ne ha stravolto valori e tradizioni.

In fondo la sua è stata forse una delle più puntuali e azzeccate critiche, piene di intelligenza e sense of humor, al costume italiano così come si e evoluto dal dopoguerra a oggi. Era, infatti, il costume, le sue pacchianerie e contraddizioni, quello che più la interessava, non avendo mai considerati degni di troppa attenzione la politica e i suoi rappresentanti, «che sono quello che sono perché gli italiani in fondo sono quello che sono».

E anche lei, come molti altri grandi intellettuali del ’900 non ha potuto non registrare il progressivo degrado del nostro paese verso un’omologazione sempre più priva di buon gusto e volgare. Un’Italia che aveva “tradito” lo spirito positivo dell’immediato dopoguerra. «Chi non ha vissuto quegli anni – ha sempre detto - non può capire. Erano anni pieni di opportunità per tutti. C’era tanta voglia di fare dopo gli anni bui e terribili della Seconda guerra mondiale».

Anni che in parte trascorse a Parigi con la compagnia dei Gobbi, di cui, oltre a lei, facevano parte Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci. A Parigi Valeri e&c si imposero con Carnets de notes 1 e 2, spettacoli improntati a un’incalzante serie di sketch ironici sulla società contemporanea senza ausilio di scene e costumi, un fuoco d’artificio di battute mordaci e fulminanti, frecciate comiche e affondi satirici: che sarà la cifra poi del suo stare in scena, sui set cinematografici e alla televisione. Tv che comincia a frequentare sin dai tardi anni’50 per diventare poi una vera e propria protagonista con i mitici varietà del sabato sera degli anni’60 –’80. Al cinema lavorerà con tutti i più grandi protagonisti della felice stagione della “commedia all’italiana”. Ha amato da sempre la musica, firmando la regia di molte opere, diverse delle quali dirette dal secondo marito, il direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi. Arrivata ai 100 anni, aveva confidato che c’era una cosa che le pesava: quella di non poter recitare. Da brava meneghina, diceva, «mi pesa non faticare più».

Pubblicato su Il Messaggero Veneto