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È morto il colonnello Antonino Chirico, fu coinvolto nel caso di Peteano

Il ricordo dei figli: «Si definiva un carabiniere di strada. È stato vittima di un grande errore giudiziario»

«Se ne va in cielo da uomo giusto, con l’amore della famiglia e la stima di tutti quelli che lo hanno conosciuto e gli hanno voluto bene». Sono parole che consegnano alla storia il ritratto bello di un marito e di un padre che era e rimase un esempio di rettitudine e dignità al di là e al di sopra di qualsiasi sentenza di condanna quelle scelte dalla famiglia di Antonino Chirico, morto ieri, mercoledì 15 giugno, a pochi giorni dal traguardo dei 90 anni, dopo una vita segnata dalla sua appassionata appartenenza all’Arma dei carabinieri.

Una scomparsa, la sua, che pesa il doppio, considerato il carico di sofferenze che la ricostruzione giudiziaria della strage di Peteano determinò in tutti coloro che, la notte del 31 maggio 1972, persero qualcuno o qualcosa. Perché dopo il sangue delle vittime - i carabinieri Antonio Ferrero, Donato Poveruomo e Franco Bongiovanni dilaniati nell’esplosione della Fiat 500 organizzata dai terroristi neri di Ordine Nuovo - ci furono i processi. E il secondo dei due procedimenti affrontati da Chirico, all’epoca dell’attentato capitano dei carabinieri in servizio al Nucleo investigativo di Udine, si concluse con un verdetto di colpevolezza.

Insieme all’allora colonnello Dino Mingarelli, fu ritenuto responsabile di soppressione di atti e di falso, per aver fatto sparire e sostituito con due documenti falsi – così la tesi sostenuta dal giudice istruttore Felice Casson, condivisa dalla Corte d’assise d’appello bis di Venezia e, il 21 maggio 1992, anche dalla Corte di Cassazione – l’originario verbale di sopralluogo dell’area contenente l’indicazione del rinvenimento di alcuni bossoli di pistola. Un depistaggio, quindi, che portò a indagare sei goriziani risultati poi innocenti e che costò a entrambi gli ufficiali 3 anni e 10 mesi di reclusione (condonati).

Questo scrissero i giudici, puntando il dito contro un uomo che della divisa aveva fatto il proprio abito, collezionando onorificenze e concludendo la carriera con il grado di colonnello, e che mai smise di professarsi innocente rispetto alle accuse che lo avevano travolto. E allora, stremati a propria volta da una «maledizione» che ha finito per partorire «uno dei grandi errori giudiziari italiani», è con un grido di dolore che i familiari si congedano dal loro “Nino”. Erano stati proprio loro, con la forza dell’amore e la fiducia nei valori che avevano imparato crescendo insieme, a «salvarlo da quell’incubo».

La moglie Liliana, l’insegnante elementare di cui Antonino Chirico si innamorò quando da Reggio Calabria, dov’era nato il 29 luglio del 1930, da militare risalì la Penisola e approdò a Cividale, e i figli Marinella, giornalista Rai, Annalisa, insegnante di Diritto e vicepreside del liceo “Percoto” di Udine, e Francesco, imprenditore: ieri come oggi, sono loro a ricordare di lui l’altro volto, quello che tutti conobbero e ammirarono al netto del calvario giudiziario e cui domani sarà reso l’estremo saluto, durante la cerimonia funebre in programma alle 10.30 nella chiesa di San Giuseppe, in viale Venezia, a Udine. «Quando parlava di sé, si definiva un carabiniere di strada – racconta Marinella –, un investigatore alla vecchia maniera che andava dovunque ce ne fosse bisogno. Non a caso, fu lui il primo ad arrivare sul Vajont dalla parte alta, la sera del disastro, il 9 ottobre del 1963. All’epoca, comandava la stazione di Cortina e non tornò indietro prima di dieci giorni». La decisione di stabilirsi in Friuli, dopo anni di spostamenti da una sede all’altra d’Italia, coincise con la promozione a capitano.

«A Peteano andò per sbaglio – continua –: mandarono lui da Udine, per sostituire un collega di Gorizia che stava male. Era un capitano e prendeva ordini dai superiori». Uno scherzo del destino? Di certo «una sciagura dalla quale non si riprese più». Ma anche una vicenda con sbocchi così contraddittori, da portare a credere che quella pronunciata nel 1992 sia stata «una sentenza di compromesso – afferma Annalisa –. Alla fine degli anni Settanta c’era stato un primo processo concluso con l’assoluzione in tutti i gradi di giudizio. Poi il caso fu riaperto dal giudice Casson e, dopo la condanna in primo grado (a 10 anni e 6 mesi, ndr), seguì l’assoluzione per insussistenza del fatto in secondo grado»

Fu la Cassazione a riaprire i giochi e l’appello bis a infliggere la pena finale. «Per quanto ci riguarda, il castello accusatorio venne praticamente meno. E intanto nostro padre – aggiunge – si fece anche il carcere in via preventiva: misura che alla fine la Cassazione annullò». Un carabiniere di nome e di fatto, Chirico: domani, al funerale, si congederà dal mondo indossando l’alta uniforme.

Pubblicato su Il Messaggero Veneto