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Besozzi, il reporter che svelò  il delitto del bandito Giuliano 

L’editrice Milieu riscopre un maestro del giornalismo, firma dell’Europeo  Arrigo Benedetti prediligeva un suo racconto di guerra: “L’asino di Nimis”

«Di sicuro c’è solo che è morto». Con questo titolo il settimanale Europeo il 16 luglio 1950 dava conto della morte del bandito Salvatore Giuliano trovato cadavere nel cortile di una casa nel centro di Castelvetrano. L’accento dubitativo della frase avrebbe dato gloria e memoria straordinaria al giornalista Tommaso Besozzi che, sulle circostanze del ritrovamento del cadavere del bandito più famoso della storia italiana del ’900 ,aveva scritto un articolo memorabile:interrogativi e indicazioni che mettevano sulla graticola le forze dell’ordine che della morte del “re di Montelepre” si volevano attribuire il merito.

Giuliano colpevole di molti misfatti(tra cui la strage del primo maggio 1947,a Portella della Ginestra, per ordine di proprietari terrieri e della mafia intimoriti dalla ascesa al potere delle forze di sinistra)venne in realtà ucciso o dal parente Gaspare Pisciotta o da altri,mentre dormiva,perché le sue abilità ricattatorie scolorivano le attività mafiose.

In un bel libro intitolato “La vera storia del bandito Giuliano” (riedito da Milieu, 15,90 euro), la scrittura di Tommaso Besozzi emerge in tutta la nobile esaltazione di una professione che vive sull’effimero della quotidianità per tutelare i valori eterni di libertà,di impegno,di dignità umana. Curato da Enrico Mannucci, il libro ricuce anche la vita di Besozzi. Nato a Vigevano nel 1903, approdato giovanissimo al Corriere della Sera, per accudire la famiglia,durante la guerra si trasferisce in Friuli, a Sedrano (San Quirino). Qui tra i bombardamenti scrive un racconto di suggestiva bellezza intitolato “L’asino di Nimis” pubblicato sull’Europeo nel 1946.

È la storia di tal Giovanni Rigola che nell’aprile del 1945 decide portare la bestia da soma al suo amico Angelo Sacchi a Soncino, vicino a Crema. L’animale si chiama Bella,in realtà è, come si direbbe in Friuli, la “femine dal mus” e ha fama di buona camminatrice. Il viaggio emblematico da Nimis attraverso la pianura padana è il tragico racconto di una spedizione avventurosa,che prevista di pochi giorni ,si allunga. Padrone e “mus” vivono uguali paure,l’uomo per i rastrellamenti dei tedeschi, la bestia per i pericoli della strada. Arrivato alla casa di Sacchi, diventato capo partigiano,la richiesta dell’asino non ha più valore:servono auto,camion. Viene ordinato a un giovane e grullo partigiano di “sistemare” l’asina.

Verbo metaforico che in tempo di guerra significava “uccidere”. Così invece di procurare stalla,fieno e un uomo che accudisse l’animale, il giovane stolto sparò una pistolettata sotto l’orecchio di Bella. Il corpo fu venduto un tanto al chilo a un macellaio di Chieri che probabilmente lo riciclò al mercato nero.

Stoltezza,crudeltà,cinismo tutte categorie umane che Besozzi,uomo timidissimo, è capace di rappresentare con leggerezza poetica. Morì suicida, Besozzi, il 18 ottobre 1964,procurandosi la morte con un congegno che lui stesso si era costruito. Arrigo Benedetti appresa la morte del grande cronista si ricordò dell’asina friulana. «L’asino di Nimis resta una delle sue cose migliori, una di quelle che fanno dire “Ma allora Besozzi era uno scrittore”. Certe sfumature ricordano la scapigliatura lombarda,certe altre Stevenson, poi magari si pensa a Defoe».Inutilmente si è cercato un contatto con il sindaco Gloria Bressani,vani i messaggi lasciati alla sua segretaria. Il sindaco, evidentemente non era interessata al “mus” Bella, che pure aveva accompagnato il più grande giornalista italiano alla scoperta di un mondo senza eroi. E Nimis diventa il porto da cui parte il filo di un’epopea nella guerra appare tra inganni e bugie,da cui mai Besozzi si fece travolgere. Neanche da quelli della polizia.

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Pubblicato su Il Messaggero Veneto