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Addio a Zelio Zucchi, da Udine al Corriere della Sera difendendo il basket

Sei olimpiadi estive, da quelle di Città del Messico del 1968 a quelle di Seoul del 1988, due mondiali di nuoto, altrettanti di atletica leggera, ma nel suo cuore e nella sua penna la pallacanestro...

Sei olimpiadi estive, da quelle di Città del Messico del 1968 a quelle di Seoul del 1988, due mondiali di nuoto, altrettanti di atletica leggera, ma nel suo cuore e nella sua penna la pallacanestro veniva prima di tutto. Sempre.

Una carriera che pochi colleghi possono vantare quella di Zelio Zucchi, scomparso venerdì all’età di 81 anni a Milano, la casa che la professione di giornalista lo aveva portato a scegliere, ma senza mai riuscire a cancellare quelle radici friulane di cui era sempre andato orgoglioso.

Nato a Udine il 3 gennaio 1936, nella carta e nell’inchiostro, tra locandine e strilloni, Zelio Zucchi ci era cresciuto, sentimentalmente rapito da quell’edicola che i genitori gestivano all’angolo di piazza Libertà. Un amore precoce quello con la carta stampata: durante l’ultimo anno di liceo faceva già il corrispondente (sportivo) per Messaggero Veneto, Gazzettino e Tuttosport. Nel 1963 viene assunto a Tuttosport. Nel 1970 lo chiama il Corriere della Sera, dove resterà fino al 1991 con il ruolo di caposervizio.

Friulano di cultura e di passaporto, come amava definirsi, si è sempre battutto, con altri (pochi) colleghi, per far uscire il basket dalle “brevi” e dai piedi di pagina dei giornali. Niente calcio per lui, solo una strappo alla regola: «Bisognava trovare qualcuno disposto a seguire una partita a cavallo del Capodanno», aveva ricordato divertito nel 2014, quando l’ordine dei giornalisti della Lombardia gli consegnò una medaglia per i suoi 50 anni di iscrizione all’albo. «Si trattava di Udinese-Napoli: ci andai io, così approfittai per tornare a casa mia a festeggiare l’anno nuovo».

Zelio Zucchi era stato anche al Polo Nord, nel 1983, quando con «un aereo con gli sci» andò a prendere Ambrogio Fogar, impegnato in una delle sue imprese. «Il freddo sull’aereo era fortissimo e fuori c’erano meno 60 gradi, non sentivo più i piedi. Ma una cosa mi colpì ancora di più: il fetore di Ambrogio e di Armaduk, che non si lavavano da un paio di mesi».

Era “in missione” anche il 16 agosto 1984, quando l’Italia si incollò al televisore per l’apertura della cassaforte dell’Andrea Doria. «La cosa che mi colpì di più fu rivedere le banconote italiane di trent’anni prima, le avevo quasi dimenticate».

Nel 1991 Zelio passa a Il Giorno con la carica di capo redattore centrale, fino al 1994, poi la pensione. Ripensando alla sua vita da giornalista aveva detto: «Se quando ho cominciato avessi saputo che sarei diventato anche io un giornalista del Corriere della Sera, come quelli che venivano a Udine quando ero ragazzino ed eravamo tutti lì a riverirli e a salutarli... Io non c’avrei mai creduto». Noi si. (ma.ce.)

Pubblicato su Il Messaggero Veneto